Grazie a uno straordinario recupero genetico promosso dal Comune il rarissimo seme torna nei campi per riannodare i fili di una grande storia artigiana.
di Gabriella Congedo
28 luglio 2026
SIGNA (Fi) — C’è un filo d’oro lungo oltre tre secoli che lega Signa alle grandi capitali della moda europea. È la paglia di Signa, materia prima flessibile e pregiata con cui si realizzava l’iconico «cappello di Firenze». Dopo oltre cent’anni di oblio quella straordinaria tradizione agricola e artigianale si appresta a tornare a vivere grazie al recupero del grano marzuolo, la varietà storica che ne costituiva l’essenza.
Un’operazione di vero e proprio “restauro genetico” e culturale, promossa dall’Amministrazione comunale di Signa e scaturita dalla tenacia e dal lavoro di ricerca del dottor agronomo signese Gianfranco Pellegrini. La svolta è segnata dal ritorno di una piccolissima quanto preziosa dote di semenza: esattamente 10,8 chilogrammi di grano marzuolo conservati finora sottovuoto e custoditi come un tesoro di biodiversità.
L’intuizione settecentesca di Domenico Michelacci
Per comprendere la portata dell’iniziativa occorre fare un salto indietro nel tempo fino al 1714. Fu in quell’anno che Domenico Michelacci ebbe un’intuizione destinata a cambiare la storia economica del territorio: coltivare il grano marzuolo — una varietà dalla spiga corta e dai chicchi minuti — con una tecnica del tutto particolare. La semina veniva effettuata in modo molto denso e in solchi poco profondi. In questo modo le piante crescevano sviluppando steli lunghi, sottili e straordinariamente flessibili.
Sbarbati prima della completa maturazione e sapientemente intrecciati, quegli steli si trasformavano nella paglia ideale per confezionare i celebri cappelli. In breve tempo la produzione di Signa conquistò i mercati internazionali, partendo dal porto di Livorno per raggiungere l’Inghilterra e l’intera Europa, e rese il cappello di paglia fiorentino un simbolo indiscusso di eleganza e maestria artigianale.
Dalla ricerca scientifica ai campi: il piano di recupero
Con l’avvento dell’era industriale e i mutamenti dell’agricoltura moderna nei primi decenni del Novecento la coltivazione del marzuolo andò progressivamente scomparendo, fino a far perdere quasi del tutto le tracce del prezioso patrimonio genetico. Ogg, l’alleanza tra istituzioni locali, centri scientifici e aziende agricole del territorio sta permettendo di invertire la rotta.
Come spiegato dall’agronomo Gianfranco Pellegrini il seme era considerato praticamente perduto. La svolta è avvenuta grazie alla collaborazione con l’Ente Toscana Sementi (con il supporto del direttore scientifico prof. Stefano Benedettelli e del ricercatore Paolo Garuglieri), che ha permesso di recuperare il prenucleo della varietà storicamente coltivata a Signa.
Il progetto entra ora nella sua fase operativa:
– Moltiplicazione del seme: 5 chilogrammi saranno coltivati presso l’azienda agricola Pastacaldi di Signa per incrementare il quantitativo di sementi disponibile.
– Tutela della biodiversità: la semina avverrà in tre diversi contesti agricoli (sia locali che esterni) per monitorare la pianta, proteggerla da eventuali rischi e moltiplicare rapidamente il raro input genetico.
Come sottolinea lo stesso Pellegrini non si tratta solo di recuperare una pianta alimentare ma una vera e propria «pianta tessile», simbolo identitario della comunità.
Il sindaco Fossi: «Investiamo su storia e biodiversità»
Soddisfazione ed entusiasmo sono stati espressi dal sindaco di Signa, Giampiero Fossi, che vede nel progetto un tassello fondamentale per il rilancio della memoria e del futuro cittadino:
«Stiamo recuperando una coltivazione scomparsa da oltre un secolo, riportando a casa la materia prima da cui è nata una delle pagine più importanti della nostra storia. Dai nostri campi prese avvio un’economia che ha fatto conoscere Signa nel mondo attraverso il cappello di paglia. Oggi, grazie al lavoro rigoroso del dottor Pellegrini e alla collaborazione tra istituzioni, scienza e imprese, questa storia può ripartire.»





















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