Il testo finale non contiene alcun riferimento esplicito all’uscita dai combustibili fossili. Come sempre hanno pesato gli interessi dei Paesi produttori.
di Sandro Angiolini
23 novembre 2025
Si è chiusa ieri la conferenza mondiale sul cambiamento climatico, la COP30 di Belém (Brasile). La montagna ha partorito un topolino, ma ciò era ampiamente previsto. È stato approvato un documento finale assai generico di preoccupazione sullo stato delle cose nella lotta al cambio climatico, che però non cita la volontà di abbondonare gradualmente l’uso dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) entro una data precisa, sia pur lontana nel tempo. Perché tutto questo?
È abbastanza semplice: nonostante circa 80 Paesi più l’Unione Europea fossero a favore di una tale opzione alcune grandi nazioni produttrici di energia da fossili si sono opposte strenuamente. Tra queste Iran, Russia, Arabia Saudita (come sapete, non esattamente dei campioni di democrazia, ma tuttora in grado di influenzare altri Paesi). Appoggiati con forza dagli Stati Uniti.
La presidenza brasiliana della conferenza ha introdotto una nuova iniziativa volontaria dedicata ad accelerare l’attuazione degli impegni nazionali, puntando a colmare lo scarto tra ciò che i Paesi dichiarano e ciò che realmente fanno. A questa si affiancherà la “Belém Mission to 1.5”, un percorso istituzionale che dovrà aiutare governi e tecnici a rendere operative le promesse di riduzione delle emissioni. Sono strumenti pensati per dare forma concreta a un’agenda complessiva che, almeno sulla carta, resta orientata alla stabilizzazione climatica.
Ma è francamente poca roba. Diciamo che si è voluto salvare il principio del raggiungimento di un accordo globale tra tanti Paesi (principio messo nell’ultimo anno in profonda crisi dal comportamento del presidente degli USA) al costo di una sostanza dell’accordo molto debole. Chi ne patirà le maggiori spese sono proprio quei Paesi del Sud del mondo già più colpiti dagli impatti del cambiamento climatico, che alimenteranno di conseguenza flussi di migranti verso il Nord, Europa e USA compresi. È tutto interconnesso, nonostante ci vogliano far credere il contrario e venderci delle soluzioni semplicistiche.
Termino questo blog con la citazione di una piccola ricorrenza che non è stata adeguatamente ricordata sui media nostrani. La scorsa settimana sono trascorsi 6 mesi da quando è entrata in funzione la prima nave da trasporto merci (cargo) dall’Europa (St. Nazaire, Loira) agli USA (Baltimora), con scalo in Canada: la Neoliner Origin. Costruita su disegno francese in Turchia, la nave misura 126 metri di lunghezza ed è ad alimentazione ibrida: con vele e con un motore diesel/elettrico. Il tutto le consente di risparmiare l’80% di carburanti fossili rispetto a un cargo tradizionale con la stessa portata di merci. Forse ci può insegnare qualcosa sulla transizione energetica…
OLTRE LA SIEPE è una rubrica settimanale che parte da eventi/notizie relative all’ambiente e all’economia su scala nazionale o internazionale per riflettere su come queste possono impattare sulla scala locale e regionale toscana.
Sandro Angiolini – Figlio di mezzadri, è agronomo ed economista e ha conseguito un Master in Politiche Ambientali presso l’Università di Londra (Wye-Imperial College). Ha scritto numerosi articoli sui temi dello sviluppo rurale e sostenibile e tre libri sull’agriturismo in Toscana. Per 29 anni funzionario presso amministrazioni pubbliche, svolge attualmente attività di consulente economico-ambientale e per lo sviluppo rurale integrato, in Italia e all’estero, oltre a varie iniziative formative e di comunicazione. È fortemente impegnato nel settore del volontariato ambientale e culturale.
È di recente uscito il suo libro “Comunicare meglio-istruzioni per l’uso”, un manuale divulgativo sulle tecniche di comunicazione rivolto ai non addetti ai lavori.
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