Agricoltura

Ancora troppi pesticidi in Europa e quelli vietati finiscono in Africa

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La Ong svedese Swedwatch: “Italia al secondo posto in Europa tra gli esportatori”. Legambiente intanto pubblica il dossier Stop pesticidi 2025.

 

Redazione
12 dicembre 2025

L’Europa ha bandito il 34% dei principi attivi ritenuti tossici. Eppure ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di pesticidi altamente nocivi lasciano l’Ue per raggiungere i mercati esteri, in particolare quelli africani. L’Italia è al secondo posto per quantità esportate. Sono i dati che emergono da un recente studio della Ong svedese Swedwatch dal titolo Veleno per profitto: il costo dei doppi standard dell’Ue su biodiversità, salute umana e mezzi di sussistenzaPrimo paese in assoluto ad aver esportato tali prodotti nocivi è il Regno Unito (32,187 tonnellate). Al secondo posto c’è l’Italia con 9.499 tonnellate, seguita dalla Germania (8,078 tonnellate).

Intanto Legambiente pubblica il dossier Stop pesticidi nel piatto 2025, realizzato con il sostegno di AssoBio e Consorzio Il Biologico. Una fotografia aggiornata dei residui di fitofarmaci negli alimenti che mostra un quadro ancora contraddittorio e lontano dalle promesse di un’agricoltura finalmente sicura e sostenibile. Sono stati analizzati 4.682 campioni tra frutta, ortaggi, cereali, prodotti trasformati e alimenti di origine animale, provenienti dall’agricoltura convenzionale e biologica.

Secondo i dati il 48% contiene tracce di uno o più fitofarmaci. Il 17,33% presenta un solo residuo mentre il 30,26% multiresiduo, un dato in evidente peggioramento con un incremento del 14,93% rispetto all’anno precedente. La percentuale complessiva di irregolarità può sembrare contenuta ma non racconta il rischio reale: non considera le esposizioni cumulative, gli effetti additivi e sinergici, né l’impatto nel tempo su ecosistemi e salute.

E la frutta si conferma il comparto più problematico: tre campioni su quattro (75,57%) contengono multiresiduo e il 2,21% risulta non conforme, con frequenti superamenti dei limiti di legge. Nei prodotti orticoli la situazione è migliore ma resta complessa: residui nel 40,17% dei casi, sebbene con non conformità limitate (1,03%). Tra le sostanze più rilevate compaiono insetticidi e fungicidi di uso diffuso – Acetamiprid, Boscalid, Pirimetanil, Azoxystrobin, Fludioxonil – mentre diversi casi emblematici raccontano la persistenza di molecole tossiche e vietate come peperoni italiani trattati con Tetramethrin (non più autorizzato dal 2002) o il ritrovamento di Ddt in campioni di patate e zucchine, simbolo storico della contaminazione persistente.

Decisamente più rassicurante il biologico: l’87,7% dei campioni analizzati è totalmente privo di residui, solo un caso di irregolarità complessiva, probabilmente dovuta al fenomeno della deriva dei pesticidi dalle aree limitrofe. Un risultato che conferma come i sistemi a basso input chimico siano già oggi un modello efficace e competitivo. Il multiresiduo resta una minaccia sottovalutata, soprattutto quando parliamo di bambini e fasce più vulnerabili della popolazione – dichiara Angelo Gentili, responsabile Agricoltura di Legambiente –  ed è un campanello d’allarme che non possiamo ignorare”. Legambiente chiede anche misure penali chiare contro la produzione e il traffico di pesticidi illegali; supporto reale agli agricoltori nella transizione verso biologico e agricoltura integrata avanzata.

La risposta alle difficoltà dell’agricoltura non può essere aumentare la deriva chimica come se fosse l’unica soluzione possibile. Esistono alternative concrete in chiave agroecologica: l’adozione di tecniche di biocontrollo, con sostanze naturalmente presenti in natura — come l’acido pelargonico — in grado di eliminare infestanti in modo alternativo rispetto al Glyfosate rispettando la biodiversità del suolo; rotazioni colturali e sovesci, che ripristinano fertilità e interrompono i cicli di parassiti; la tutela degli insetti impollinatori; la protezione della biodiversità agricola e naturale. Accanto a questo, l’impiego di filiere corte e trasparenti, che riducono l’impatto ambientale e rafforzano il legame tra territorio, produttore e consumatore.

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