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Ateneo di Firenze: api maestre di efficienza grazie ai feromoni

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Una ricerca internazionale dell’Università di Firenze svela il ruolo fondamentale dei feromoni per la vita di insetti sociali come le api.

 

L’efficienza delle api è nota. Uno sciame è un super organismo che lavora in perfetta sincronia, che porta a termine un lavoro e dove ogni ape ha una mansione ben precisa. Gli studiosi sanno, ormai da alcune decine di anni, che ogni alveare ha un segreto: i feromoni, messaggeri chimici utilizzati nel regno animale per comunicare tra simili. Molecole, o meglio composti chimici solitamente volatili rilasciati nell’ambiente, capaci di innescare risposte riflesse o addirittura cambiamenti fisiologici a lungo termine. L’Apis mellifera ne produce più di 30 tipi ed è proprio con i feromoni che l’ape regina governa il suo alveare.

Uno studio internazionale pubblicato su Communications Biology, il cui primo firmatario è il ricercatore dell’Ateneo fiorentino David Baracchi, getta ora nuova luce sui feromoni, a sessant’anni dalla loro scoperta. Secondo la ricerca, queste molecole non assolvono solo alla funzione della comunicazione ma sono in grado di cambiare la capacità delle api di apprendere e formare ricordi: agiscono, cioè, direttamente sull’apprendimento e sulla memoria, anche quando si sono completamente volatilizzati e spariscono dall’ambiente.

I ricercatori del team – composto, oltre all’Università di Firenze, dagli atenei di Tolosa, Trento e Parigi, dall’Institut Universitaire de France e dalla Fujian Agriculture and Forestry University – hanno esposto le api a due diversi tipi di feromoni: uno (2-eptanone) che segnala una situazione di avversione e l’altro (geraniolo), che attrae gli insetti verso siti di interesse, come i fiori.

Gli studiosi, usando tecniche etologiche, neurofarmacologiche e di neuro-imaging, hanno dimostrato che i feromoni influiscono sull’apprendimento e la formazione della memoria in un modo coerente con la valenza (attrazione o deterrenza) del feromone percepito.
“Lo studio – spiega Baracchi – suggerisce che limitare la funzione dei feromoni a semplici «messaggeri chimici» è riduttivo, la definizione dovrebbe incorporare la capacità di queste sostanze di agire come modulatori di processi motivazionali e cognitivi”.

Fonte: Università di Firenze

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