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Ateneo di Siena: “Pericolo microplastiche nelle profondità oceaniche”

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Le particelle più piccole si distribuiscono lungo tutta la colonna d’acqua fino ai 2.000 metri, quelle più grandi soprattutto nei primi 100 metri.

 

Redazione
24 maggio 2025

SIENA – Le microplastiche non si trovano solo in superficie ma anche negli strati profondi degli oceani. Lo conferma una ricerca internazionale che ha visto la partecipazione di Luisa Galgani dell’Università di Siena. Lo studio rivela come queste siano presenti a ogni profondità e in ogni regione oceanica: “Le microplastiche negli oceani rappresentano una quantità considerevole per massa e, nelle acque profonde, possono contribuire fino al 5 per cento del carbonio organico particolato, un componente chiave nel ciclo del carbonio marino”.

La ricerca, inoltre, dimostra che le microplastiche di piccole dimensioni, cioè minori di 0,1 millimetri, sono distribuite più uniformemente in profondità e questo suggerisce tempi di permanenza più lunghi nell’ecosistema marino. Analizzando dati raccolti in oltre 1800 siti per oltre 10 anni (2014-2024) i ricercatori hanno scoperto che le particelle più piccole si distribuiscono lungo tutta la colonna d’acqua fino ai 2.000 metri mentre quelle più grandi si concentrano nei primi 100 metri.

Le microplastiche sono ormai un elemento onnipresente anche nella nostra catena alimentare. È infatti ormai tristemente noto che, a causa dell’inquinamento ambientale, questi piccoli detriti possono essere ingeriti dagli animali marini finendo così nelle nostre tavole attraverso il consumo di pesce, e purtroppo questo non è l’unico canale.

Un recente studio condotto da un team della Portland State University ha confermato questo scenario, rivelando il livello di contaminazione da microplastiche presente nelle specie ittiche più consumate in Oregon, Stati Uniti, specie che in realtà sono diffuse e popolari anche altrove. Tra le plastiche più comuni e più problematiche per gli ecosistemi marini c’è il polistirene (più noto come polistirolo), un materiale che, sebbene ampiamente utilizzato, è altamente tossico e non biodegradabile.

Un altro studio recente condotto dall’ENEA in collaborazione con il CNR e l’Università della Tuscia ha rivelato la loro pericolosità, in particolare di quelle con una dimensione di 20 nanometri. Queste particelle, che sono cento volte più piccole di un granello di polvere, sono state testate su modelli in vitro di orata e trota iridea causando gravi danni alle cellule degli organismi, portando a un processo di morte cellulare programmata (apoptosi). I segni evidenti di questo processo includevano il restringimento delle cellule, la formazione di protuberanze sulla loro membrana e la frammentazione del Dna.