Agricoltura

“Basta pregiudizi, il glifosate si può usare”, Confagricoltura contro la Regione Toscana

pesticidi
Dopo la delibera che renderà il territorio regionale “glifosate free” entro il 2021 l’organizzazione rilancia: “Non è pericoloso per la salute umana, lo dimostra la scienza”.

 

di Iacopo Ricci

Lo scorso ottobre la Regione Toscana ha approvato la delibera che renderà il territorio regionale “glifosate free” entro 2021. Un provvedimento molto atteso e accolto con soddisfazione dal mondo ambientalista e da quello dell’agricoltura biologica. Ma Confagricoltura Toscana non ci sta e rilancia: il glifosate non sarebbe pericoloso per la salute umana; la politica – a cominciare da chi governa la Regione – dovrebbe abbandonare “atteggiamenti fondati sulle presunzioni” e affidarsi “alle certificazioni elaborate dalla scienza”. E dunque non ha senso impedire agli agricoltori di farne uso.

Lo proverebbe un recente studio sul glifosate fatto dall’Epa (Environmental Protection Agency), l’agenzia statunitense per la tutela dell’ambiente che, spiega il presidente di Confagricoltura Toscana Marco Nerielimina in maniera definitiva ogni pre-giudizio e ogni dubbio sulla pericolosità di questa sostanza” ragion per cui “anche chi ha il diritto-dovere di prendere decisioni politiche ne tragga le dovute conseguenze”.

Secondo l’agenzia Usa l’erbicida più diffuso al mondo non fa male e non ci sarebbe da preoccuparsi quanto a rischi di tipo alimentare per nessun segmento della popolazione, nemmeno per i bambini. Non si tratta di un giudizio estemporaneo – prosegue Neri – ma di rilevazioni scientifiche che già avevano trovato riscontro negli studi dell’EFSA (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare), dalla BFR (l’Agenzia per la sicurezza alimentare tedesca) e delle autorità canadesi per la salute (Health Canada)”. 

Rimane da spiegare per quale motivo la IARC, l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro facente capo all’Organizzazione Mondiale della Sanità, abbia invece classificato il glifosate come “probabile cancerogeno”, sostenuta in questo da un’ampia parte della comunità scientifica internazionale. E comunque, in attesa di ulteriori studi che diano risposte certe, sono sempre di più le istituzioni che hanno scelto di adottare il principio di precauzione limitandone o vietandone l’uso. Una strada dalla quale difficilmente si tornerà indietro.

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