Le praterie di Posidonia sono minacciate da inquinamento e pesca a strascico mentre le nidificazioni di Caretta caretta si spostano verso nord.
Redazione
2 giugno 2026
Le praterie di Posidonia e le tartarughe Caretta caretta diventano il termometro dello stato di salute del Mediterraneo. È il messaggio che emerge dall’approfondimento pubblicato da Arpat in occasione della Giornata mondiale della biodiversità, dedicato al lavoro di monitoraggio e divulgazione svolto dall’Agenzia lungo le coste toscane.
La biodiversità marina non è solo un patrimonio naturale da proteggere ma una condizione essenziale per l’equilibrio degli ecosistemi e per la sicurezza delle comunità costiere. Per questo Arpat raccoglie e mette a disposizione dati su acque marino-costiere, cetacei, tartarughe, squali e flora marina, trasformandoli in report utili a enti pubblici, tecnici e cittadini.
Al centro dell’attenzione ci sono le praterie di Posidonia oceanica, una pianta endemica del Mediterraneo che forma vere e proprie foreste sommerse. Questi habitat ospitano centinaia di specie per ettaro, funzionano da nursery per molti pesci, producono ossigeno, assorbono carbonio e attenuano l’erosione dei litorali. Anche le foglie spiaggiate, spesso scambiate per rifiuti o semplici alghe, hanno una funzione preziosa: formano barriere naturali che proteggono la costa dall’azione delle onde.
Ma le praterie sono fragili. Inquinamento, torbidità delle acque, pesca a strascico e ancoraggi possono comprometterle rapidamente. Arpat le controlla con immersioni, campionamenti, rilievi dei fondali e strumenti tecnologici impiegati anche dal catamarano Polaris. Il caso della costa livornese mostra quanto gli impatti umani possano pesare: nel tempo infrastrutture portuali, canali e traffico marittimo hanno contribuito alla perdita di oltre sette chilometri quadrati di Posidonia, con una riduzione significativa anche della capacità di assorbire carbonio.
Il secondo indicatore del mare che cambia è la tartaruga Caretta caretta. Nel 2025 la Toscana ha registrato un anno record, con 91 eventi legati alla nidificazione: 54 tentativi non riusciti e 37 nidi. Il dato più sorprendente riguarda la distribuzione: oltre la metà degli eventi si è concentrata tra Carrara e Pisa, segnalando uno spostamento verso nord che potrebbe essere collegato al riscaldamento del Mediterraneo.
L’aumento dei nidi, però, non basta a rassicurare. Gli esperti osservano segnali di fragilità riproduttiva, come minore successo di schiusa e più nidi senza nascite. Per Arpat la risposta è chiara: servono monitoraggi di lungo periodo, protezione degli habitat e riduzione delle pressioni umane, perché conoscere il mare è il primo passo per difenderlo.




















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