Impatto (quasi) zero - di Laura Lop

Caccia il bossolo dal bosco

bossoli
Detesto la caccia e le armi. Non è in mio potere abolirle ma almeno una cosa la chiedo: che i cacciatori non abbandonino nei boschi le cartucce sparate.

 

di Laura Lop

Delle armi penso tutto il male che sia possibile pensarne. Ma non è l’aspetto etico quello su cui voglio soffermarmi bensì l’aspetto ambientale, rimanendo in un ambito locale che anche a noi, fortunati abitanti di questo paese che non conosce guerra da decenni, risuona familiare: le armi da caccia.

Abitando in campagna, quanto sono abituata ad ascoltare è tanto silenzio intervallato dai cinguettii, ma ogni anno dalla terza domenica di settembre fino a fine gennaio si cambia musica.
Dalle prime luci dell’alba nuclei di verdi figuri, esclusivamente maschi, si addentrano per i viottoli seguiti da cani smaniosi, avidi di vivere le poche ore di libertà che gli vengono concesse. Inizia la guerra a colpi di arma da fuoco, finisce il mio sonno.

Per molti anni ho dovuto discutere con un paio di vecchi cacciatori che, a corto di forma fisica, pretendevano di non rinunciare al godimento di impallinare esseri viventi sparando dalla finestra di casa, con il forte rischio di includere nella categoria dei loro trofei anche essere viventi umani.

Alterno la mia dieta vegetariana con periodi onnivori, carne compresa, cercando di mangiarne poca e solo quella che acquisto tramite il mio GaS, consapevole dell’orrore degli allevamenti intensivi e di quanto siano inquinanti per il nostro Pianeta. Per questo non mi sento di fare la morale a chi non riesce a eliminare questo alimento, ma non chiedetemi di comprendere chi definisce la caccia uno sport…

La vita sulla Terra è in pericolo per la nostra condotta di vita, distruggiamo costantemente habitat naturali, il clima sta cambiando con conseguenza imprevedibili.Ne derivano gravi difficoltà per l’ecosistema, le stagioni sembrano fluide, i cicli naturali diventano confusi, la bussola degli animali s’inceppa.

In questo quadro è paradossale rinnovare ogni anno la licenza a rincorrere i sempre meno e più spauriti animali selvatici, come un calendario scritto di pietra, come un rituale arcaico che non si emancipa.
Gli stessi viottoli e boschi battuti dai mimetici coi fucili sono luoghi in condivisione con chi passeggia, va a cercare funghi, castagne o la semplice pace di stare all’aperto.

Camminando mi capita spesso di riempire sacchetti di cartucce sparate, il rifiuto dei cacciatori che rimane per terra. La cartuccia è costituita da un involucro esterno di polipropilene, dalla pallottola o pallini al suo interno e dalla base, generalmente di ferro ottonato.
Nonostante siano materiali pregiati per il riciclo, le cartucce sono considerate un Rifiuto Speciale e si smaltiscono, salvo verifica con il proprio gestore ambientale, portandole all’isola ecologica oppure ai tiri a volo che le rendono alle aziende produttrici.

Da una ricerca più approfondita su questo rifiuto ho scoperto che esiste un cassonetto a brevetto italiano, presentato durante Ecomondo di due anni fa, dove poter smaltire e separare la cartuccia in modo da riciclarla.
Il cassonetto è un’ottima invenzione a patto che i cacciatori sviluppino l’educazione di non lasciare le cartucce sparate per terra, nel semplice rispetto della legge 157/92 che recita “i bossoli delle cartucce devono essere recuperati dal cacciatore e non lasciati sul luogo dove li spara”.

 

Laura Lo Presti vive sulle colline del Montalbano, circondata dalla Natura e dai suoi gatti. Attivista ambientale per passione, collabora con il Centro di Ricerca Rifiuti Zero di Capannori (www.rifiutizerocapannori.it) e con Ekoe società cooperativa (www.ekoe.org) per la commercializzazione di stoviglie e imballi ecologici.

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