Restano le contaminazioni, le bonifiche incompiute e gli interrogativi sui controlli pubblici e sulle responsabilità economiche ancora irrisolte.
di Marcello Bartoli
14 luglio 2024
Gli ultimi sviluppi del caso Keu impongono una lettura critica, ma senza confondere i diversi piani. Sul fronte penale, l’inchiesta nata attorno allo smaltimento degli scarti delle concerie di Santa Croce sull’Arno è uscita fortemente ridimensionata dall’udienza preliminare del marzo 2026.
Sono cadute le contestazioni di associazione per delinquere e corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio. Quattordici imputati e quattro società restano però a processo, a vario titolo, per corruzione elettorale e reati legati alla gestione e allo sversamento dei rifiuti. Ogni responsabilità individuale dovrà dunque essere accertata in dibattimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.
Il ridimensionamento giudiziario non cancella, tuttavia, il problema ambientale. La relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, approvata all’unanimità il 12 maggio, ha ricostruito un sistema nel quale il Keu veniva trattato come materiale recuperabile, con costi molto inferiori a quelli dello smaltimento in discarica.
La differenza indicata dalla Commissione — 58 euro contro circa 220 euro a tonnellata — avrebbe dovuto generare controlli e domande più tempestivi. Non prova automaticamente un illecito ma segnala un’anomalia economica troppo evidente per essere ignorata.
Il bilancio istituzionale è quindi tutt’altro che rassicurante. Tredici siti contaminati risultano individuati in Toscana, mentre gli interventi commissariali si concentrano per ora su tre aree. I quindici milioni stanziati dalla Regione hanno avviato o sostenuto le bonifiche principali ma non sono sufficienti a chiudere l’intera partita, soprattutto a Bucine.
Resta inoltre aperto il contenzioso su chi debba sostenere i costi: la Regione ha annunciato ricorso contro la sentenza del Tar che aveva escluso la responsabilità di alcuni consorzi. Soprattutto, i cittadini delle aree coinvolte attendono risposte verificabili su sicurezza del suolo, avanzamento dei lavori e destinazione delle risorse pubbliche impiegate.
Anche i tempi della giustizia alimentano preoccupazione. Il processo pisano, avviato il 2 luglio, è stato trasferito a Firenze e rinviato all’11 dicembre per ragioni logistiche. Il filone aretino, aperto il 9 luglio, è slittato al 14 ottobre. Sono rinvii tecnici, ma si inseriscono in una vicenda già lunga e complessa.
La conclusione più equilibrata è anche la più severa: le accuse iniziali non possono essere trattate come condanne, ma il fallimento dei controlli e la lentezza delle bonifiche sono dati concreti. La Toscana dovrà dimostrare non soltanto di saper punire eventuali colpevoli ma soprattutto di saper riparare i danni, individuare chi paga e impedire che convenienza economica e debolezza amministrativa tornino a prevalere sulla tutela del territorio.




















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