Agricoltura

Contro la crisi del grano gli agricoltori toscani riscoprono le varietà del passato

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Meno grano duro, più frumenti antichi, farro, orzo, girasole e lino da fibra. Così le colture storiche lasciano il posto ad altre più remunerative.

 

Redazione
30 giugno 2025

I numeri parlano chiaro: la Maremma, il granaio toscano, in meno di venti anni ha perso metà delle superfici a grano duro, da 96 mila ettari del 2006 ai 43 mila del 2024. A dirlo sono Coldiretti Toscana, Consorzio Agrario del Tirreno e Consorzio Agrario di Siena che comunicano di aver registrato a livello regionale una contrazione del 10% delle superfici destinate a grano duro, mentre grazie ai contratti di filiera che hanno incentivato la coltivazione di farro, favino, frumento tenero e girasole per la produzione di biodiesel e orzo rustico per la fiorente filiera della birra agricola e altre colture si evidenzia un incremento del 30% rispetto allo scorso anno.

Così gli agricoltori toscani riscoprono i grani del passato e scommettono su produzioni alternative per svincolarsi dalle speculazioni e dall’invasione di prodotto straniero che affondano i prezzi e riducono all’osso i margini. Le colture storiche vengono sostituite dunque con altre più remunerative, meno condizionate dalla schizofrenia del mercato e soprattutto blindate dai contratti di filiera che mettono al riparo le aziende da molti rischi.

“Nel 2023 le importazioni di grano canadese, per cui viene utilizzato glifosato nella fase di preraccolta, un erbicida cancerogeno, sono cresciute del 68% – spiega la presidente di Coldiretti Toscana, Letizia Cesani –  con un ulteriore scossone, in uno scenario già precario, che sta portando all’abbandono dei terreni e alla chiusura di molte aziende. Senza certezze gli agricoltori hanno poche alternative per le loro terre: lasciarle incolte e improduttive, evitando così costi e rischi o sostituire ciò che seminano. Il compito dei contratti di filiera è proprio questo: spingere la resilienza e favorire la diversificazione delle colture ancorandole a una precisa domanda. Si coltiva e si produce ciò che richiede il mercato e paga meglio”. 

Tra le vecchie coltivazioni che si stanno riaffacciando in Toscana c’è quella del lino da fibra per l’industria tessile sempre più alla ricerca di prodotti naturali, sostenibili e soprattutto di qualità. A Prato una storica aziende di cerealicoltori ha decuplicato i terreni impegnati per questa coltura passando da pochi ettari a oltre cinquanta in appena quattro anni. “Zero rischi, costi di produzione bassi e margini elevati: è una produzione destinata a crescere nei prossimi anni” ha spiegato Fabio Boretti della Boretti & C.

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