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Diritti umani e ambientali, gli abusi delle multinazionali in un data base dell’Ateneo di Pisa

Sono 4.314 i casi di presunti abusi che coinvolgono 83 tra le maggiori imprese multinazionali europee quotate in borsa in 145 Paesi del mondo.

 

Redazione
20 gennaio 2026

PISA – Tra il 2000 e il 2020 il 98% delle grandi imprese multinazionali europee monitorate ha commesso almeno un presunto abuso dei diritti umani o ambientali. È la fotografia che emerge dal nuovo database Brave disponibile online, realizzato al Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa.

Protagonisti della ricerca sono stati Federica Nieri con la collaborazione Elena Assenza, Verdiana Morreale, Sanna Strom ed Elisa Giuliani insieme a più di cinquanta tra ricercatori e ricercatrici, tra cui anche alcuni studenti. Il lancio di presentazione sarà il 23 gennaio alle 16 su Teams Brave dataset Launch event. 

Risultano essere 4.314 i casi di presunti abusi che coinvolgono 83 tra le maggiori imprese multinazionali europee quotate in borsa, in 145 Paesi del mondo. Costruito attraverso una raccolta sistematica di dati provenienti dal Business & Human Rights Resource Centre come fonte primaria, Brave codifica le violazioni per tipologia di abuso, paese, vittime coinvolte, livello di responsabilità aziendale — diretto o indiretto — e gravità, consentendo analisi comparative e longitudinali su scala globale.

I picchi più elevati di violazioni si registrano in Brasile e negli Stati Uniti, con il 6% dei casi ciascuno, seguiti da Nigeria e Colombia con il 5%. Le tipologie di abuso più frequenti riguardano l’ambiente e la salute, con oltre 1.000 casi di impatto ambientale e quasi 800 legati a questioni sanitarie, mentre i diritti del lavoro risultano violati in quasi 500 occasioni. Nel database compaiono anche abusi di estrema gravità come schiavitù, torture e traffico di esseri umani.

Per quanto riguarda l’Italia nel database sono codificate 27 presunte violazioni dei diritti umani e ambientali che coinvolgono 12 imprese del campione analizzato, di cui 3 italiane. Le principali vittime sono i lavoratori, coinvolti in circa il 52% dei casi, seguiti dalle comunità locali, che rappresentano circa il 41%, e dai bambini, pari a circa il 7%.

Dal punto di vista delle tipologie, le violazioni dei diritti del lavoro costituiscono circa il 22% del totale, la privazione della vita e gli impatti ambientali negativi incidono ciascuno per circa il 19%, seguono la discriminazione, con circa l’11%, il lavoro minorile e le intimidazioni, entrambi intorno al 7%, e gli impatti negativi sulla salute, anch’essi pari a circa il 7%. Chiudono il quadro corruzione e restrizione dei diritti, ciascuna con circa il 4%.

Allargando lo sguardo al database complessivo, 4 imprese italiane sono coinvolte in 167 presunte violazioni dei diritti umani e ambientali, di cui circa il 5% avvenute in Europa. In circa il 78% dei casi (131) il coinvolgimento dell’impresa è diretto. Le 167 violazioni complessive colpiscono soprattutto le comunità con circa l’83%, per il restante seguono i lavoratori (10%), gli attivisti e i giornalisti (4%), i bambini (2%) e infine consumatori e clienti (1%). Per quanto riguarda le tipologie di violazione prevalgono nettamente gli impatti ambientali negativi, pari a circa il 35% e gli impatti negativi sulla salute, che rappresentano circa il 25%.

“Questi dati mostrano con chiarezza come l’attività delle grandi imprese possa incidere profondamente non solo sui diritti umani e sull’ambiente ma anche sulla qualità delle nostre democrazie – sottolinea Elisa Giuliani del Dipartimento di Economia e Management – perché il potere economico delle imprese può trasformarsi in un rischio sistemico per i diritti fondamentali e per la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche”.

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