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Il decano dei forestali italiani presenta a Firenze due libri sugli alberi

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Nel primo, sette colloqui con dei saggi abeti e un faggio della foresta di Vallombrosa. Il secondo è invece una raccolta di memorie dal Corpo Forestale dello Stato.

FIRENZEVenerdì 11 maggio alle ore 16, presso l’Accademia Italiana di Scienze Forestali a Firenze (piazza Edison 11) saranno presentati due volumi di Fabio Clauser: La parola agli alberi e Romanzo Forestale (Libreria Editrice Fiorentina). Nel primo, in sette colloqui con due abeti della foresta di Vallombrosa e, infine, anche con un faggio, si immaginano le probabili reazioni di quel mondo affascinante e misterioso che è l’ecosistema forestale nei rapporti con il genere umano. Vengono in evidenza relazioni decisamente conflittuali su questioni di grande attualità. Quasi sempre l’autore è costretto a dar ragione ai tre alberi per la solidità delle loro argomentazioni.

Nel secondo il decano dei forestali italiani ha raccolto memorie delle infinite prove del ruolo essenziale del Corpo Forestale dello Stato, se governato dalla politica con onestà e competenza. I forestali sono stati capaci di coniugare lo sviluppo di boschi e foreste con l’attivo di bilancio prodotto dai vivai e dai legnami per i tagli di mantenimento. Tutto questo comporta anche l’aumento del carbonio nel terreno sottraendolo all’aria per combattere il cambiamento climatico, il tener vive le falde acquifere e lo sviluppo della fertilità dei suoli nelle valli. Questa raccolta di memorie assume il ruolo di una bandiera del bene comune e di pratica applicazione pubblica dell’enciclica “Laudato si”.

Fabio Clauser è stato vicedirettore generale presso il ministero dell’Agricoltura e Foreste. Dal 1955 al 1984 ha diretto le Foreste Casentinesi prima e la foresta di Vallombrosa poi e promosso l’istituzione della prima riserva forestale naturale integrale in Italia, dando un’impronta naturalistica e conservativa a quei boschi. In pensione dal 1984 ha esercitato “manualmente” in un piccolo podere dell’alta collina casentinese una selvicoltura famigliare, su pochi ettari, rimboschendo terreni abbandonati e recuperando cedui dissestati.

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