I ricercatori dell’Università di Pisa stanno studiando i ceppi più adatti all’uso agricolo distinguendoli da quelli che richiedono maggiore cautela.
Redazione
2 aprile 2026
PISA – I Trichoderma sono funghi microscopici molto diffusi nel suolo e nella materia organica in decomposizione. Appartengono al gruppo dei funghi filamentosi e sono noti soprattutto per il loro ruolo benefico in agricoltura e nell’ambiente. Vivono principalmente nel terreno e sulle radici delle piante, crescono rapidamente e producono enzimi capaci di degradare sostanze organiche. Sono famosi per essere funghi “buoni” antagonisti di patogeni poiché combattono altri funghi dannosi (come Fusarium o Pythium). Lo fanno entrando in competizione per nutrienti e spazio, producendo sostanze antifungine e diventando parassiti diretti su altri funghi.
Tra i loro effetti benefici i Trichoderma stimolano la crescita delle piante, favoriscono lo sviluppo delle radici, migliorano l’assorbimento di nutrienti e possono aumentare la resistenza della pianta allo stress. Inoltre migliorano il suolo degradando materia organica e contribuendo alla fertilità del terreno. In agricoltura sono spesso utilizzati come biopesticidi naturali e bioferitilizzanti per l’agricoltura biologica.
Un recente studio dell’Università di Pisa sta facendo luce sulle ragioni che rendono i Trichoderma così efficaci nel controllo dei patogeni e indica come distinguere i ceppi più adatti all’uso agricolo da quelli che richiedono maggiore cautela.
L’approccio proposto combina l’esame del patrimonio genetico con l’osservazione del comportamento ecologico e permette di individuare specie capaci di proteggere le colture senza aumentare i rischi di diffusione e persistenza nell’ambiente. Ricercatori e ricercatrici hanno esaminato 37 specie di Trichoderma, valutandone oltre 140 caratteristiche biologiche legate al metabolismo, alla resistenza agli stress ambientali, alla capacità di diffusione e alle strategie riproduttive.
Le specie analizzate hanno mostrato una forte variabilità di comportamento. Alcune, se non selezionate con attenzione, possono sfruttare condizioni favorevoli e produrre effetti non previsti, come una diffusione oltre l’area trattata, interferenze con altri organismi utili o problemi in contesti colturali specifici, documentati soprattutto nelle coltivazioni di funghi edibili e solo in casi isolati su piante coltivate.
In alcuni casi, determinate specie sono state associate a malattie delle piante, a problemi nella produzione di funghi coltivati e, molto raramente, a infezioni nell’uomo in presenza di particolari condizioni di vulnerabilità. “Questo lavoro contribuisce a rendere l’agricoltura sostenibile non solo più vicina, ma anche più consapevole – ha spiegato la ricercatrice Sabrina Sarrocco – in quanto mostra come l’impiego di organismi benefici debba poggiare su una conoscenza approfondita delle loro caratteristiche biologiche e dei possibili effetti a lungo termine sull’ambiente e sugli organismi non bersaglio”.



















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