La nuova tecnologia che “risucchia” dall’atmosfera l’anidride carbonica potrebbe aiutarci a salvare il pianeta. Nel frattempo continuiamo a piantare alberi.
di Valentino Valentini, direttore del Museo Laboratorio della Fauna Minore del Parco Nazionale del Pollino, San Severino Lucano (Pz)
26 giugno 2026
Dell’attuale, grave crisi climatica quasi nessuno sembra realmente consapevole. Mentre gli eventi meteorologici estremi si moltiplicano in tutto il pianeta – con conseguenze sovente catastrofiche – continuiamo a inseguire un modello di sviluppo non più sostenibile fatto di deforestazione e urbanizzazione incontrollata, senza alcun riguardo per l’equilibrio degli ecosistemi.
In Italia la cultura dominante se ne disinteressa e la politica sta a guardare perché in tutt’altre faccende affaccendata. Eppure ecologi del livello di Franco Tassi già da qualche tempo ci stanno avvertendo che “si è ormai oltrepassata la linea rossa del consumo delle risorse, e già l’altra metà della Terra si presenta fortemente antropizzata, quindi sterile e “mineralizzata”. E lo dice a classe una politica oggi concentratissima a far campagna elettorale, poco o niente verso la salute degli ecosistemi.
Le soluzioni di “adattamento” sembrano invero non bastare più e purtroppo non appaiono più sufficienti quelle che s’impegnano a ridurre le emissioni climalteranti assorbendo e fissando la CO2 attraverso la piantumazione dei nostri amici alberi: non c’è più tempo.
Scienziati e aziende già da qualche anno stanno scommettendo su altre tecnologie per “succhiare” direttamente dall’aria anidride carbonica attraverso un procedimento chiamato “DIRECT AIR CAPTURE”. Le aziende interessate sono quelle degli svizzeri della Climeworks, dei canadesi della Carbon Engineering e degli americani della Global Thermostat (sembra quasi un film di fantascienza!).
Agiscono tutte sulla base di uno stesso principio: a mezzo di grandi ventole aspiranti l’aria viene fatta passare attraverso speciali filtri che assorbono e bloccano la CO2, che poi può essere stabilizzata oppure trasformata in carburante o in fertilizzante; una volta priva di anidride carbonica l’aria viene poi re-immessa in atmosfera, naturalmente con buona pace di tutti.
Le aziende asseriscono che questa è un’opzione molto interessante, anche per rendere “carbon neutral” i sistemi di trasporto che non possono ricorrere alle fonti rinnovabili, come quelli aerei e navali. Diciamo pure che c’è in Puglia un impianto del genere, realizzato sulla base della tecnologia svizzera Climeworks, già operativo da alcuni anni nella città pugliese di Troia. Sono tecnologie promettenti ma alquanto costose e Peter Eisenberger, cofondatore di Global Thermostat, s’è già attivato per far scendere sensibilmente i costi di produzione… ma è inutile nascondere che c’è ancora da lavorare.
Ciò posto, a noi sembra proprio che con le emergenze attuali la DAC sia prioritaria e non se ne possa fare a meno per salvare il Pianeta e con lui tutto il vivente, uomo compreso. I denari che stiamo spendendo per le imprese spaziali – senza parlare dei costi enormi delle guerre e dei danni che un clima ormai impazzito e fuori controllo sta procurando all’umanità intera – impegniamoli nelle migliori tecnologie di cattura della CO2 a mezzo della DAC: a noi sembra proprio l’ultima spiaggia.
Di recente mi sono permesso di scrivere una lettera al sindaco di Venezia segnalando l’utilità che questa tecnologia potrebbe avere nel contrastare gli effetti del cambiamento climatico, in primis l’innalzamento del livello del mare a cui questa meravigliosa e fragile città è particolarmente esposta.
Nel frattempo perseveriamo nel nostro compito di piantare alberi per mitigare comunque gli effetti del cambiamento climatico e rendere le nostre città più resilienti, con un occhio alle nostre prossime “Marce degli Alberi” che confidiamo spuntino come funghi in tutta Italia attraverso una decisa presa di coscienza collettiva d’un problema la cui soluzione non può essere più rimandata, pena la rovina della nostra civiltà.
Quando pianteremo un albero, ne avremo cura e lo vedremo crescere alto e frondoso, potremo dire col famoso “colibrì” che anche noi abbiamo fatto la nostra parte, seppur piccola, per la salvezza del Pianeta. Ed essere certi che anche questo “poco” potrà fare la differenza




















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