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La natura insegna, formiche e batteri alleati contro l’antibiotico-resistenza

Formiche tropicali della specie Atta cephalotes. (foto da Wikipedia).
Formiche tropicali della specie Atta cephalotes. (foto da Wikipedia).
Producono un cocktail di antibiotici sempre diversi in grado di sorprendere gli agenti patogeni e di opporre resistenza. Da uno studio dell’Ateneo fiorentino.

 

FIRENZE – Dallo studio di alcuni microrganismi un gruppo di ricerca internazionale, coordinato da Massimiliano Marvasi del Dipartimento di Biologia dell’Ateneo fiorentino, ha formulato alcune ipotesi per affrontare il tema della resistenza agli antibiotici negli ospedali. L’indagine è stata pubblicata dalla rivista Trends in Ecology & Evolution.

Il problema della resistenza agli antibiotici, che costituisce una grave minaccia per la medicina moderna, in natura è stato affrontato con successo. Da questo presupposto ha preso le mosse la ricerca di Marvasi che si occupa di questo tema in relazione a ciò che avviene nel suolo e nei fiumi.

“Nella nostra indagine abbiamo concentrato l’attenzione sulle formiche tropicali – spiega il ricercatore fiorentino –, questi insetti coltivano funghi e, per proteggere le loro colture, si sono alleati a speciali batteri in grado di eliminare gli agenti patogeni grazie alla produzione di antibiotici. In questo modo, da sessanta milioni di anni, le formiche tropicali si alimentano dei funghi senza difficoltà”. Secondo le indagini dei ricercatori questo è possibile in quanto i batteri ‘adottati’ dalle formiche non producono un singolo antibiotico, ma una combinazione.

“In questo mix – rileva il ricercatore – sono presenti molecole che hanno un livello di efficacia differente: alcune sono decisive, altre lo sono meno. In più, durante l’evoluzione, questi batteri modificano la composizione chimica della mistura e finiscono per sorprendere i patogeni, rallentando l’effetto resistenza e l’effetto sorpresa. Questa abilità deriva da una natura plastica e flessibile che consente loro di mutare da un punto di vista genetico e di produrre così sempre nuove varianti”.

Fonte: Università di Firenze

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