Differenziare di più non basta se il mercato non assorbe il materiale riciclato. Anche in Toscana preoccupa una crisi che ormai attraversa tutta la filiera.
di Gabriella Congedo
8 settembre 2026
C’è un’immagine che più di altre racconta la crisi del riciclo della plastica: i piazzali pieni di balle di materiale raccolto, selezionato e pronto per essere trasformato, ma che non trova più facilmente un compratore.
La plastica continua ad arrivare dai cassonetti e dalla raccolta porta a porta. Il problema è quello che accade dopo. Se i riciclatori rallentano gli acquisti o fermano gli impianti il materiale resta fermo nei centri di selezione e di stoccaggio. E quando i piazzali si riempiono l’intero meccanismo rischia di incepparsi.
È il paradosso di una filiera che negli ultimi anni ha fatto grandi passi avanti. Nel 2025 la raccolta differenziata urbana degli imballaggi di plastica ha raggiunto quasi 1,3 milioni di tonnellate, con una crescita del 3,75% rispetto all’anno precedente. Il riciclo effettivo gestito da COREPLA (il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi plastici) è arrivato a circa 969 mila tonnellate, pari al 49,6% dell’immesso al consumo.
Numeri che, sulla carta, sembrerebbero raccontare una storia di successo. Ma dietro le percentuali c’è una realtà industriale molto più complicata.
Il cortocircuito del mercato
Il problema non è che gli Italiani abbiano smesso di differenziare la plastica. È quasi l’opposto: se ne raccoglie sempre di più mentre diventa più difficile venderla come materia prima seconda.
Il prezzo della plastica vergine prodotta dall’industria petrolchimica è diventato in molti casi così competitivo da mettere fuori mercato quella riciclata. A questo si aggiungono le importazioni di polimeri vergini e materiale riciclato proveniente da Paesi extraeuropei dove i costi sono inferiori a quelli sostenuti dalle aziende europee.
COREPLA parla apertamente di una crisi strutturale del settore aggravata dagli elevati costi energetici e dalla debolezza della domanda in alcuni comparti industriali. Il risultato è una situazione apparentemente assurda: la materia prima riciclata esiste ma spesso costa più della plastica nuova.
Ed è qui che l’economia circolare mostra il suo punto debole. La raccolta differenziata può funzionare perfettamente, gli impianti possono selezionare i materiali con tecnologie sofisticate e i riciclatori possono trasformarli in nuovi polimeri. Ma se nessuno è disposto a comprare questi materiali a un prezzo remunerativo l’intera catena perde sostenibilità economica.
Il rischio dei piazzali pieni
La crisi è diventata concreta nel corso degli ultimi mesi. Le segnalazioni provenienti da diverse parti d’Italia parlano di magazzini e aree di stoccaggio sempre più vicini alla saturazione. A luglio l’ANCI ha lanciato un allarme nazionale chiedendo un intervento del Governo: la diminuzione della domanda e l’aumento delle giacenze stanno creando difficoltà ai centri di stoccaggio in diverse regioni.
Il meccanismo è semplice. I riciclatori ritirano meno materiale; i centri di selezione non riescono a liberare gli spazi; i centri comprensoriali rallentano i conferimenti; a cascata, i Comuni possono incontrare difficoltà nel conferire la plastica raccolta.
Non significa che l’Italia sia già davanti a un blocco generalizzato della raccolta differenziata. Ma il rischio di un effetto domino è reale, soprattutto nei territori dove gli spazi di stoccaggio sono più limitati.
La questione è anche di sicurezza: grandi quantità di plastica accumulate per periodi prolungati nei piazzali aumentano infatti la vulnerabilità degli impianti agli incendi.
Una crisi europea, non solo italiana
Il problema non nasce soltanto in Italia. Secondo il programma di prevenzione 2026-2030 di COREPLA il settore europeo del riciclo degli imballaggi di plastica sta attraversando una crisi profonda. Tra il 2023 e il 2025 sarebbero stati chiusi circa 45 impianti di riciclo in Europa mentre la capacità produttiva dismessa potrebbe arrivare a circa un milione di tonnellate.
A pesare sono il costo dell’energia, la concorrenza della plastica vergine, le importazioni a basso prezzo e la domanda ancora insufficiente di materia prima seconda.
L’Europa, insomma, ha costruito un sistema normativo sempre più ambizioso sul riciclo ma il mercato non si è ancora adeguato agli obiettivi ambientali fissati dalla politica.
L’Italia parte da una posizione migliore rispetto ad altri Paesi europei. La filiera dispone di un sistema consolidato, di numerosi impianti e di una rete di raccolta che coinvolge oltre il 98% della popolazione attraverso il sistema COREPLA. Nel 2025 sono stati 93 gli impianti presso i quali sono stati avviati a riciclo i materiali selezionati dal Consorzio.
Ma proprio questa solidità rischia oggi di trasformarsi in una fragilità. La capacità di raccogliere grandi quantità di plastica ha senso soltanto se esiste una capacità altrettanto solida di trasformarle in nuovi prodotti. Se il mercato della materia prima seconda non cresce la raccolta rischia di diventare il primo anello di una catena che non riesce più a chiudersi.
È questa la contraddizione che il Governo e l’Unione Europea sono chiamati ad affrontare: non basta imporre percentuali di riciclo, bisogna anche creare le condizioni economiche perché il materiale riciclato venga acquistato dall’industria.
La Toscana tra eccellenze e rischi
La Toscana arriva a questa fase con una situazione relativamente favorevole sul fronte della raccolta differenziata. Secondo ISPRA nel 2024 la regione ha raggiunto il 68,1% di raccolta differenziata, superando quindi l’obiettivo nazionale del 65%.
Ma proprio una regione che ha investito molto nella raccolta e nell’economia circolare deve ora fare i conti con la parte più difficile della filiera: trasformare la plastica raccolta in materia prima che abbia un mercato.
Un ruolo importante è svolto da Revet, il polo toscano di Pontedera specializzato nella selezione e nel riciclo delle plastiche post-consumo. Nell’autunno 2025 l’azienda ha inaugurato una seconda linea dedicata al riciclo delle plastiche, con un investimento di circa 11 milioni di euro e un aumento della capacità produttiva. Ma anche gli impianti più moderni non possono sottrarsi alle leggi del mercato.
La sfida toscana, dunque, non è soltanto raccogliere meglio. È difendere e rendere economicamente stabile una filiera industriale capace di trasformare i rifiuti in nuove risorse.
Differenziare non significa automaticamente riciclare
La crisi della plastica mette in discussione un’idea che per anni abbiamo considerato quasi scontata: che differenziare significhi automaticamente riciclare. Non è così. Tra il sacchetto della raccolta differenziata e un nuovo prodotto di plastica riciclata esiste una lunga catena industriale fatta di selezione, trasporto, trattamento, trasformazione e vendita. Se uno solo di questi passaggi diventa economicamente insostenibile il circuito si interrompe.
La risposta non può essere semplicemente chiedere ai cittadini di differenziare di più. Occorre creare una domanda stabile per la materia prima riciclata, contrastare la concorrenza sleale, rendere più conveniente utilizzare materiale riciclato nei prodotti e sostenere gli impianti che oggi lavorano in condizioni economiche sempre più difficili.
Il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi, con l’introduzione progressiva di obblighi sul contenuto di materiale riciclato, potrebbe rappresentare nel medio periodo uno strumento decisivo.
Ma la filiera ha bisogno di interventi che producano effetti anche nel breve termine. Perché la plastica raccolta non può aspettare all’infinito.
E quei piazzali pieni di balle colorate, apparentemente lontani dalle nostre case, sono in realtà il termometro di una crisi che rischia di arrivare fin dentro i cassonetti.



















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