Accordo naufragato per l’opposizione di una decina di Paesi. Intanto la maggior parte delle plastiche finisce in discarica o nell’ambiente nell’indifferenza generale.
di Sandro Angiolini
24 agosto 2025
Le due notizie che commento oggi sono accomunate da un problema noto: l’inquinamento dell’ambiente da plastiche. La prima arriva dall’Australia e ce la inoltra il quotidiano The Guardian: in quel Paese il consumo di prodotti a base di plastica (il 39% proviene da imballaggi) è in aumento, mentre il tasso di riciclo registrato nell’ultimo anno è in leggera diminuzione e attualmente si colloca attorno al 14%.
Perché questi dati poco incoraggianti? Il problema è complesso, direbbe il saggio, e riguarda l’organizzazione dell’intera filiera che parte dal design dei contenitori, dalla loro produzione, consumo e così via. Regole chiare in tal senso, finalizzate appunto a incrementare il recupero e riciclo delle plastiche, sono entrate in vigore solo da pochi anni e la loro applicazione è spesso complicata da vari fattori (adeguamento delle imprese – compresa la formazione degli operatori – punti di raccolta, logistica, comportamento dei consumatori e altro ancora). Tutte scelte, però, che dipendono dalle priorità che si dà una società.
Il risultato è che 2/3 delle plastiche vanno a finire nelle discariche (che così esauriscono prima la loro capacità) mentre circa un 5% viene bruciato per produrre energia (l’ultima spiaggia). Se questi sono i problemi di una nazione “avanzata” come l’Australia, avrete facilmente un’idea di cosa può succedere in Paesi che sono in via di sviluppo, dove mancano troppo spesso sia la cultura del riciclo (ne so qualcosa per aver visitato un anno fa il Nepal) che l’organizzazione e gli impianti per attuarlo.
Come se non bastasse, l’esito del vertice mondiale dell’ONU tenutosi a Ginevra meno di 10 giorni fa per concordare una soluzione comune a questi problemi è stato un sostanziale fallimento, non avendo introdotto alcun limite alla produzione di questo materiale. Potete intuire che i produttori di petrolio – da cui derivano le plastiche – sono contrari a una cosa del genere: in particolare Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo, Stati Uniti e Cina mantengono una posizione di assoluta intransigenza verso questa ipotesi.
La plastica non può essere demonizzata, perché presenta numerose caratteristiche positive: sostituisce materiali la cui produzione avrebbe un’impronta ecologica (in termini di acqua ed energia) maggiore, è igienica e leggera (diminuisce quindi sensibilmente i costi di trasporto) e presenta costi di produzione molto bassi. Ma occorre puntare maggiormente sull’introduzione di plastiche biodegradabili e sull’attivazione di processi di recupero e riciclo, già ampiamente collaudati in varie parti del mondo. Servono volontà politica, investimenti e sensibilizzazione di tutti gli attori della filiera: è così difficile?
Dimenticavo: forse anche una piccola tassa su determinati suoi usi potrebbe servire, ma per alcuni è un tabù…
OLTRE LA SIEPE è una rubrica settimanale che parte da eventi/notizie relative all’ambiente e all’economia su scala nazionale o internazionale per riflettere su come queste possono impattare sulla scala locale e regionale toscana.
Sandro Angiolini – Figlio di mezzadri, è agronomo ed economista e ha conseguito un Master in Politiche Ambientali presso l’Università di Londra (Wye-Imperial College). Ha scritto numerosi articoli sui temi dello sviluppo rurale e sostenibile e tre libri sull’agriturismo in Toscana. Per 29 anni funzionario presso amministrazioni pubbliche, svolge attualmente attività di consulente economico-ambientale e per lo sviluppo rurale integrato, in Italia e all’estero, oltre a varie iniziative formative e di comunicazione. È fortemente impegnato nel settore del volontariato ambientale e culturale.
È di recente uscito il suo libro “Comunicare meglio-istruzioni per l’uso”, un manuale divulgativo sulle tecniche di comunicazione rivolto ai non addetti ai lavori.
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