Secondo il Rapporto 2025 di Caritas Toscana povertà cresciuta del 3,9% rispetto al 2023. Neoliberismo e globalizzazione non hanno mantenuto le promesse.
di Marcello Bartoli
10 settembre 2025
FIRENZE – I dati che emergono dal Rapporto 2025 di Caritas Toscana e TosCaritas sulla povertà, presentato qualche giorno fa a Firenze, raccontano di un aumento preoccupante della domanda di aiuto (+3,9% rispetto al 2023) da parte di pensionati con redditi insufficienti, lavoratori poveri, famiglie con figli minori, giovani senza prospettive, migranti disorientati, anziani soli.
Le persone in situazione di fragilità incontrate sono state 29.297, il valore più alto dal 2007. Oltre la metà degli utenti (54,9%) è costituita da donne e il 60,7% da cittadini stranieri. La maggior parte delle persone che si rivolgono ai Centri è nella fascia d’età tra i 25 e i 54 anni (59,5%) e presenta prevalentemente un basso livello di istruzione (circa il 41%).
Cresce la quota di persone che vivono sole (20,1%) o in coabitazioni complesse (2,6%) e aumenta la presenza di minori conviventi (il 34,5% degli utenti ha figli minori conviventi, per un totale di 18.565 minori). Il bisogno più diffuso (rilevato nel 74,2% dei casi) rimane quello economico, seguito da problematiche occupazionali (21,8%), sanitarie (9,6%) e abitative (9,1%). Le risposte di Caritas si concentrano principalmente sull’erogazione di beni e servizi materiali (60,2% degli interventi) e sull’attività di ascolto e relazione (28,3%).
Un’indagine condotta su un campione di utenti Caritas ha rivelato che tra i pensionati che si rivolgono ai Centri la maggioranza ha più di 60 anni e tra coloro che percepiscono un reddito al di sotto della soglia di sufficienza di 726 euro al mese prevalgono le donne (56,6%). Questi anziani sono spesso soli (54,9%) e il 41% di loro dichiara di aver rinunciato a spese mediche a causa dei costi, delle liste d’attesa o di problemi logistici.
Per quanto riguarda i lavoratori si rileva che i working poor rappresentano il 34% degli utenti dei Centri di Ascolto in Toscana. Anche in questo gruppo l’incidenza della povertà è quasi doppia tra le donne (43%) rispetto agli uomini (24%). La regione è interessata inoltre da un progressivo invecchiamento della popolazione, con un’età media che al primo gennaio 2025 ha raggiunto i 48,2 anni con poco più di due adulti in età lavorativa per ogni over 65.
Il fenomeno non riguarda ovviamente solo la Toscana ma l’Italia e l’Europa. Secondo l’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, sono 93,3 milioni le persone a rischio povertà o esclusione sociale stimate nel 2024 in UE, un numero pari al 21% della popolazione totale.
A voltarsi indietro le politiche neoliberiste e l’economia globale sembrano aver accresciuto le disuguaglianze e la precarietà lavorativa, eleggendo il mercato come principio regolatore della società, riducendo l’intervento pubblico e affidando il destino collettivo alla concorrenza e alla massimizzazione dei rendimenti.
In teoria la globalizzazione avrebbe dovuto garantire crescita, efficienza e benessere diffuso. In pratica ha prodotto disuguaglianze strutturali, precarizzazione del lavoro e un’accelerazione della crisi ambientale. La promessa neoliberista di prosperità si è tradotta in un mondo in cui il valore delle persone è misurato in termini di produttività, la sanità e l’istruzione sono sempre più privatizzate e il potere si concentra in poche mani, spesso al di fuori del controllo democratico.
Il neoliberismo pare ormai aver dissolto il legame tra economia e giustizia, riducendo gli individui a semplici ingranaggi di un sistema che premia pochi e marginalizza molti. In Italia il 5% delle famiglie più ricche detiene circa il 46% della ricchezza netta totale, mentre il 50% più povero possiede meno dell’8%.
La separazione tra le sorti delle imprese e quelle delle comunità dei territori in cui operano è stato forse uno dei disastri peggiori della globalizzazione. Nei Paesi arretrati le multinazionali hanno addirittura sistematicamente adottato lo sfruttamento minorile, lo sfruttamento del paesaggio, favorito le guerre, utilizzato sistemi bancari offshore e condizionato le scelte dei singoli governi.
Quando la concorrenza non è regolata diventa dominio. Quando la crescita è l’unico obiettivo erode il tessuto sociale. Quando la ricchezza si concentra senza redistribuzione la libertà economica si trasforma in privilegio per pochi. Lo Stato dovrebbe garantire diritti fondamentali come sanità, istruzione, sicurezza sociale e tutela dell’ambiente senza soffocare l’innovazione e la crescita. All’orizzonte un’Europa in crisi economica e una classe politica poco illuminata che sembra soffiare sui venti di guerra.


















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