Legambiente, ARCI e CAI denunciano il tentativo di appropriarsi in via definitiva degli agri marmiferi comunali: «Un’espropriazione della collettività».
Redazione
19 luglio 2026
MASSA CARRARA – Nella secolare e silenziosa contesa tra la comunità carrarese e i giganti dell’industria lapidea per il controllo delle cave di marmo le carte sono state finalmente scoperte. La posta in gioco non riguarda più soltanto le quote di escavazione, i contingenti o la regolamentazione territoriale: l’obiettivo si è spostato sulla proprietà stessa degli storici agri marmiferi comunali, un patrimonio da sempre considerato di natura pubblica e collettiva.
A lanciare l’allarme sono Legambiente Carrara, il Comitato Provinciale ARCI di Massa-Carrara e la sezione del CAI (Club Alpino Italiano) di Carrara. Secondo le sigle associative il meccanismo individuato dagli industriali per tentare il colpaccio definitivo sarebbe il riconoscimento del diritto di enfiteusi. Questa formula giuridica attribuisce al titolare poteri estremamente estesi, tra cui il diritto perpetuo di sfruttare il fondo e il sottosuolo, percependo ogni frutto della risorsa.
Il rischio più grave, tuttavia, risiede nella facoltà di richiedere la successiva affrancazione del fondo, che permetterebbe ai privati di diventarne proprietari a tutti gli effetti, liquidando l’amministrazione pubblica con un semplice canone. Una dinamica che le associazioni non esitano a definire come una «vera e completa espropriazione della collettività carrarina a favore di pochissimi privati».
La difesa della natura pubblica delle cave ha radici profonde. Per oltre trent’anni il disegno di privatizzazione caldeggiato dal mondo industriale è rimasto bloccato grazie alle tutele introdotte dal regolamento comunale del 1994 (varato dall’amministrazione Fazzi Contigli) e blindato dalle successive pronunce giudiziarie, culminate nelle sentenze della Corte Costituzionale. Quell’impianto normativo ha costituito un baluardo invalicabile a difesa del bene comune, respingendo un’offensiva privatizzatrice che era stata sostenuta politicamente dal governo Berlusconi dell’epoca.
Oggi, secondo la nota congiunta delle associazioni, la storia sembra ripetersi. L’attuale offensiva imprenditoriale viene vista in stretta correlazione con la contingenza politica: la presenza di esecutivi nazionali di destra, la percezione di una debolezza strutturale da parte delle amministrazioni comunali locali e l’incapacità dei governi regionali di gestire una sana conflittualità con il comparto industriale. Una parte datoriale che, viene ricordato con una sferzante nota storica, perfino il Governo Ducale della seconda metà del Settecento qualificava esplicitamente come «usurpatori».
Dalla tutela del territorio all’estrattivismo spinto
Il documento mette a confronto l’attuale gestione del territorio con la stagione compresa tra il 1994 e il 1998. In quegli anni la pianificazione urbanistica regionale e locale — attraverso il Piano regionale delle attività estrattive e il Piano strutturale — scelse programmaticamente di sottrarre all’attività di cava intere aree di immenso pregio paesaggistico, naturalistico e antropologico, come i territori sotto la zona di Campocecina e a nord-est di Colonnata. Una logica radicalmente opposta a quella odierna che, denunciano le associazioni, tende a incentivare l’escavazione giustificandola semplicemente dietro il formale rispetto dei «limiti massimi consentiti dalla pianificazione vigente».
Di fronte a un attacco che rischia di produrre danni ambientali e sociali irrecuperabili Legambiente, ARCI e CAI invocano un cambio di rotta radicale e immediato sia da parte del Comune di Carrara sia della Regione Toscana. Le istituzioni sono chiamate a varare provvedimenti coraggiosi per ridurre progressivamente i volumi estrattivi, vincolare l’attività al rilascio di regolari concessioni e sostenere filiere basate sulla reale lavorazione in loco del marmo, anteponendo l’incolumità pubblica, la sicurezza dei lavoratori e la salvaguardia del territorio al mero profitto privato.
La questione va oltre i confini strettamente ambientali per configurarsi come una vera e propria emergenza democratica. Le associazioni stigmatizzano il recente atteggiamento assunto da Confindustria Marmo nei confronti delle rappresentanze sindacali, esprimendo piena solidarietà e vicinanza ai lavoratori del settore. La tesi di fondo è chiara: per arginare la prevaricazione industriale è indispensabile costruire una convergenza sociale che unisca le istanze dei lavoratori, i diritti di cittadinanza e la tutela ecologica. «Al tavolo da gioco dobbiamo esserci tutti, non solo gli industriali e il Comune».




















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