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L’Ateneo di Pisa nell’Atlantico per studiare l’invasione delle microplastiche

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Un progetto europeo per identificare e mappare con nuove tecniche le diverse tipologie vede protagonista il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale di Pisa.

 

PISA – Tra le isole di spazzatura dell’Atlantico, la North Atlantic Garbage Patch si attesta a circa 4 milioni di chilometri quadrati (16 volte l’Italia) ed è il secondo agglomerato più grande della Terra. C’è poi la South Atlantic Garbage Patch con “solo” 1 milione di chilometri quadrati, situata tra l’America del Sud e l’Africa meridionale e scarsamente documentata. Un oceano di plastica: si stima che nell’Atlantico ne arrivino ogni anno dai cinque ai tredici milioni di tonnellate, una presenza di cui però si conosce molto poco, appena il 10%, soprattutto a causa delle microplastiche.

E proprio per colmare questa lacuna è partito HOTMIC – Horizontal and vertical oceanic distribution, transport, and impact of microplastics, un progetto triennale finanziato con 2,3 milioni di euro nell’ambito del programma europeo “JPI Oceans” a sostegno dei mari. Vi sono impegnati sei Paesi europei e per l’Italia l’unico partner è il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa.

HOTMIC, che prenderà il via ufficialmente il 5 giugno, ha l’obiettivo di mappare la presenza delle microplastiche dalla costa Atlantica europea sino al vortice nord atlantico. Si faranno campagne di campionamento delle microplastiche, anche sotto i 10 micron, per valutarne entità, tipologia, distribuzione, rotte dagli estuari fino al mare aperto e dalla superficie sino ai fondali, modalità di degradazione e di interazione con gli organismi biologici.
L’intenzione è gettare le basi per una valutazione più accurata dei rischi per l’ambiente e per gli organismi marini. In particolare, chimici e ricercatori dell’Ateneo pisano metteranno in campo le nuove tecniche che hanno ideato per identificare e quantificare le diverse varietà di microplastiche.

“Abbiamo sviluppato una metodologia del tutto originale che ci consente di identificare i diversi tipi di microplastica, polimero per polimero – spiega Valter Castelvetro dell’Ateneo pisano –. Sino ad oggi ci si limitava infatti a fare una separazione grossolana delle microplastiche dai sedimenti, seguita da una conta laboriosa e poco accurata fatta con tecniche di microscopia e spettroscopia microscopica”.

La sfida è quella di identificare i principali inquinanti plastici. “Le insidie maggiori – conclude Castelvetro – arrivano dai frammenti di plastica più fini, come i prodotti di degradazione di imballaggi plastici, le microsfere di polistirene che derivano da alcuni cosmetici o le microfibre dei tessuti sintetici, che più facilmente entrano nella catena alimentare degli organismi acquatici”.

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