Secondo l’associazione trasformare il marmo a valle creerebbe un valore economico aggiunto. Ma 63 cave sono fuorilegge e vanno chiuse.
Redazione
16 febbraio 2016
CARRARA – Secondo un dossier di Legambiente Carrara pubblicato in questi giorni esiste una chiara relazione tra la gestione delle cave e l’economia locale: “E’ possibile generare più occupazione riducendo l’escavazione selvaggia e puntando sulla lavorazione in loco”. I punti chiave di questa analisi indicano che trasformare il marmo a valle, anziché esportarlo come blocchi grezzi, creerebbe un valore aggiunto occupazionale superiore all’attuale.
Legambiente si oppone alle proroghe delle concessioni per le aziende che non rispettano l’obbligo di lavorare almeno il 50% dell’escavato nel territorio. Il report individua circa 63 cave che opererebbero in violazione delle normative (spesso legate alla Legge Regionale 35/2015). La chiusura di questi siti, considerati più distruttivi che produttivi, non danneggerebbe l’economia se compensata dal rafforzamento della filiera locale.
“Sebbene il marmo sia un bene pubblico amministrato dal Comune per conto dei cittadini, le nostre richieste di conoscere le quantità di marmo e di detriti estratte annualmente da ogni cava non sono mai state pienamente soddisfatte – sottolineano i referenti del Cigno Verde locale -. Ci sono stati consegnati solo dati anonimi, senza i nomi delle cave interessate. I cittadini non sono quindi stati messi in grado di valutare se la risorsa marmo è bene amministrata o no: è come se l’amministratore di un condominio fornisse ai condomini resoconti spese anonimi e questi dovessero pagare fidandosi ciecamente, senza alcun riscontro”.
Il risultato dell’elaborazione dei dati effettuata da Legambiente aggrava dunque le preoccupazioni della cittadinanza. Risulta infatti che la grande maggioranza delle cave, avendo rese in blocchi inferiori a quelle prescritte dalla normativa, non dovrebbe neppure essere autorizzata.
A questo proposito nel 2024 Legambiente aveva presentato al Comune di Carrara una richiesta di accesso agli atti per conoscere, di ogni singola cava e azienda, quanto marmo fosse stato estratto dal 2005 al 2023. Il Comune, consultate le imprese interessate, aveva consentito però solo a un accesso parziale, comunicando i dati aggregati delle quantità estratte senza indicare esattamente le singole cave o gli operatori. Legambiente aveva così deciso di ricorrere al Tar toscano, che nell’aprile 2025 accoglieva la richiesta ordinando al Comune di consegnare tutti i dati.
Le aziende del lapideo, sentendosi lese nei propri interessi, avevano così deciso di appellarsi al Consiglio di Stato che lo scorso dicembre ha ribaltato la decisione del Tar regionale dando ragione alle aziende del marmo che operano sulle cave. Legambiente non ha così diritto a ottenere i dati che permetterebbero di collegare ogni singola cava ai quantitativi e alle tipologie di materiale estratto negli ultimi anni.
Il report di Legambiente Carrara


















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