Rifiuti e riciclo

Montale, l’inceneritore raddoppia: il nodo irrisolto dell’economia circolare

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Il progetto divide istituzioni e cittadini e solleva dubbi su costi, salute e partecipazione rispetto agli obiettivi dell’economia circolare europea.

 

di Marcello Bartoli
27 luglio 2026

MONTALE (Pt) – Il futuro dell’inceneritore di Montale entra in una fase decisiva. Il 23 luglio l’assemblea dei sindaci dell’Ato Toscana Centro ha approvato, con 54 voti favorevoli pari all’89%, lo “scenario gestionale ottimizzato”: dismissione dell’attuale impianto entro il 2029, bonifica dell’area e realizzazione sullo stesso sito di una struttura capace di trattare 100mila tonnellate annue di rifiuto urbano residuo, il doppio delle attuali 50mila.

Per i sostenitori il nuovo inceneritore rappresenterebbe una risposta alla carenza di impianti e alla necessità di chiudere il ciclo dei rifiuti nell’area metropolitana, riducendo il ricorso alle discariche e il trasferimento dei materiali fuori territorio. La scelta, tuttavia, arriva mentre il Piano economico-finanziario 2026-2029 prevede aumenti medi della Tari nell’Ato, alimentando interrogativi sui costi dell’investimento e sulle future ricadute per cittadini e imprese.

Le critiche più recenti riguardano soprattutto programmazione e partecipazione. Il sindaco di Montemurlo, Simone Calamai, ha definito il raddoppio una “soluzione tampone”, contestando l’assenza di una strategia regionale fondata su innovazione, riduzione dei rifiuti e contenimento delle tariffe. Montemurlo, confinante con l’impianto, lamenta inoltre di averne subìto per decenni le ricadute ambientali senza adeguati ristori.

Anche il Partito democratico di Montale ha preso le distanze dalla scelta del sindaco Ferdinando Betti, denuncia il mancato passaggio approfondito in Consiglio comunale e chiede un referendum consultivo. Secondo il partito concentrare il piano industriale su un’unica soluzione da 100mila tonnellate rischia di rinviare altre politiche impiantistiche e di riciclo. Associazioni come Rifiuti Zero Italia, Medicina Democratica e “Io non ci sto” chiedono invece la chiusura dell’impianto e piani d’ambito privi di combustione. Una petizione locale richiama infine le preoccupazioni per emissioni, salute pubblica e impatto cumulativo su un’area già sottoposta alla presenza dell’inceneritore.

La contraddizione con l’economia circolare emerge dalla gerarchia europea dei rifiuti: prevenzione, riuso e riciclo vengono prima del recupero energetico. Anche il Piano regionale toscano indica come priorità la riduzione della produzione, il miglioramento della raccolta differenziata e il raggiungimento del 65% di riciclo di materia entro il 2035. Bruciare il residuo può sottrarlo alla discarica ma distrugge materiali che una migliore progettazione, separazione e selezione potrebbe recuperare.

Un impianto di grandi dimensioni, progettato per funzionare per decenni, ha bisogno di flussi costanti di rifiuti. Il rischio è quindi un “effetto dipendenza”: invece di ridurre l’indifferenziato il sistema potrebbe essere spinto ad alimentare la capacità installata. È questa la domanda politica centrale: Montale servirà davvero la transizione circolare oppure ne diventerà uno dei principali ostacoli?





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