Agricoltura

Nocciole per la Nutella nel Valdarno aretino, molti agricoltori dicono “no”

nocciole
Non c’è solo Slow Food a essere contraria al progetto ‘Nocciola Italia’ portato avanti nel Valdarno aretino dalla Ferrero. “Un modello di agricoltura nocivo, dannoso e anacronistico”.

 

Continua a far discutere l’accordo tra la Ferrero e la cooperativa Coagria di Cesa in Valdichiana, concluso con la mediazione di Confagricoltura Toscana, per destinare 500 ettari alla coltivazione delle nocciole.
Dopo le pesanti critiche rivolte al progetto da Slow Food diamo spazio anche alla lettera aperta scritta dall’Associazione Produttori del Pratomagno insieme a: Associazione Terra Libera Tutti (Reggello), I’Bercio Associazione culturale (Loro Ciuffenna), Gruppo d’Acquisto Solidale (Loro Ciuffenna), WWOOF Italia (Castagneto Carducci), Rete Semi Rurali (Scandicci), Cooperarativa Lo Scarabeo (Terranuova B.ni), associazione Ethic-Street (Montevarchi).

Con questa lettera ci teniamo a precisare che non è solo Slow Food a essere contraria al progetto “Nocciola Italia” portato avanti nel Valdarno Aretino dalla Ferrero, con il vistoso appoggio di Confagricoltura e con l’avallo, purtroppo, dei Comuni di Terranuova Bracciolini e di Laterina Pergine Valdarno.

Diciamo “purtroppo” perché ci saremmo aspettati un atteggiamento ben diverso da parte delle due amministrazioni, tra l’altro di centro-sinistra e tra l’altro facenti parte del Distretto Rurale. Pensavamo che su alcuni temi fondamentali quali ambiente e salute pubblica fossimo d’accordo, che non ci fosse più da tornarci sopra. Ci sentivamo più o meno tranquilli con un’area politica che credevamo certi valori li avesse nel proprio DNA. Ci sbagliavamo.

Il punto però, in queste poche righe, è un altro: siamo agricoltori dei Comuni di Loro Ciuffenna, Terranuova Bracciolini, Castelfranco Pian di Scò, Reggello, Poppi, Figline Incisa Valdarno, Vicchio (e con noi molte associazioni); come tali rifiutiamo il progetto “Nocciola Italia”; e come tali vogliamo rispondere pubblicamente all’articolo uscito domenica 2 febbraio su La Nazione a firma Maria Rosa di Termine: leggendolo pare che sia solo Slow Food contraria al modello Ferrero.

Traspare, tra le righe, il tentativo di porre Slow Food contro gli agricoltori, che sarebbero favorevolissimi a convertire i loro terreni a noccioleti intensivi. Invece no: noi agricoltori dell’Associazione Produttori del Pratomagno e tutti gli altri firmatari del documento siamo contrari a quel modello di agricoltura nocivo, dannoso, anacronistico.

Molte volte siamo stati apertamente critici verso Slow Food, questa volta siamo schierati uno accanto all’altra e siamo certi che accanto a noi si schiereranno tutte quelle associazioni, amministrazioni pubbliche, cittadini, agricoltori che hanno a cuore un modello produttivo sostenibile.

Contrariamente a quanto affermato da Marco Neri, presidente di Confagricoltura Toscana, “Non c’è alcuna evidenza del fatto che l’impianto dei noccioleti nei termini previsti dal nostro accordo con Ferrero possa mettere a rischio l’ambiente (…)”, le evidenze ci sono tutte, basti guardare i dati raccolti nel Viterbese: acque inquinate, suoli impoveriti, un numero di patologie tumorali superiore alla media nazionale, un tessuto sociale frantumato, con i cittadini da una parte e gli agricoltori, vittime anch’essi, dall’altra.

All’articolo de La Nazione è seguito poi quello di Maurizio Bologni su Repubblica, che nel titolo pone nuovamente un tanto inventato quanto evidenziato scontro tra Slow Food e agricoltori. Vengono poi riportate le parole di Enrico Rossi, di Marco Neri e del presidente di Coagria. E Slow Food viene messa alla berlina come associazione che si occupa di istanze “ideologiche” slegate dalla realtà economica.

L’elemento dell’operato di Confagricoltura e Ferrero che ci sentiamo di condannare maggiormente è l’approccio colonialista: vanno là dove il modello neo-liberista (di cui fanno parte) ha drasticamente fatto calare il prezzo dei prodotti agricoli originari (per esempio il grano in Valdichiana) e promettono ad aziende che faticano ad andare avanti “guadagni” (apparentemente) facili. Quindi: prima ti affamo, ti faccio vivere perennemente in uno stato emergenziale, e poi ti vendo – quando le tue facoltà di scelta sono praticamente azzerate – cosa voglio. In questo caso noccioleti. Dopo un po’ di anni faccio scendere il prezzo del prodotto (le nocciole) che io ti ho venduto e nuovamente ti affamo, e via con un altro giro di giostra. E così via, fino all’ultimo giro.

Gli agricoltori, causa un’endemica negazione di accesso alla cultura e una condizione economica spesso deficitaria, sono stati da sempre soggetti sfruttabili, manipolabili. Dagli anni ’60 le campagne di tutto il globo sono state terreno fertile per le multinazionali dell’agro-industria. Il tutto è peggiorato, riportando le parole di Stefano Liberti (giornalista e scrittore), “quando il mercato azionario è entrato in crisi nel 2008, la speculazione si è spostata dal settore immobiliare a quello agroalimentare perché era considerato un investimento sicuro, un bene rifugio che avrebbe consentito di fare maggiori profitti, meno volatili, a fronte di una crescita demografica che vuol dire un conseguente aumento del fabbisogno alimentare. Il sistema è stato dunque “finanziarizzato” schiacciando verso il basso i costi e dando vita a industrie enormi che hanno fatto dell’economia di scala il loro obiettivo. E fagocitando i produttori più piccoli”.

Noi diciamo no a tutto questo, noi stiamo con i milioni di studenti di Fridays for Future che al grido “Il tempo è scaduto, blocchiamo il mondo” hanno riempito e riempiranno le piazze di tutto il globo rivendicando il futuro, noi stiamo con gli agricoltori di tutto il mondo che lottano contro l’agroindustria per un modello di sviluppo sostenibile, noi stiamo con le migliaia di scienziati, scrittori, economisti che oramai da anni gridano, inascoltati dai “Signori del Cibo”, che l’agricoltura di tipo estrattivo non è sostenibile, per il pianeta, per l’uomo, per la donna, per le piante, per gli animali, per la biodiversità.
Semplicemente, vogliamo un domani, non per noi ma per tutti.
A tal fine, a breve organizzeremo un incontro pubblico per informare cittadini e agricoltori sui rischi reali di tale modello agricolo.

Crediamo che l’orizzonte agricolo/economico/sociale/ambientale valdarnese debba essere un altro. Quell’orizzonte che già ci guida e che si è fatto più nitido con la costituzione, l’anno scorso, del Distretto Rurale. Orizzonte che già negli anni ’80 aziende agricole come Paterna e Radici avevano iniziato a scrivere nel nostro territorio. L’orizzonte non può che essere, soprattutto oggi, l’agricoltura “naturale” (biologica,biodinamica, sinergica…): l’unico modello di agricoltura che può rendere omaggio alle centinaia di migliaia di contadini che nei secoli si sono tramandati la terra, fino a oggi, fino a noi. Il Distretto Rurale diventa quindi l’opportunità affinché finalmente in Valdarno si arrivi a un Biodistretto e a una progettualità organica a livello inter-comunale.

In quest’orizzonte, il progetto della Ferrero è solo una brutta nuvolaccia grigia che promette pioggia marcia. Ma siamo certi che il vento, che già sentiamo soffiare, la spazzerà via in un battibaleno.
Concludiamo rivolgendo un plauso al Comune di Loro Ciuffenna per la sensibilità e il coraggio di vietare, con ordinanza sindacale, l’uso di erbicidi contenenti glifosate su tutto il territorio comunale. E auspichiamo che sia di esempio per gli altri Comuni del Valdarno.

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