Rifiuti e riciclo

Nuovo inceneritore di Baciacavallo, via libera dalla Regione ma i cittadini non ci stanno

Prato-depuratore-Baciacavallo
Successo del dibattito pubblico on line organizzato da BioDistretto del Montalbano, Centro Rifiuti Zero Capannori e Zero Waste Italy. C’è preoccupazione per il progetto di rinnovamento dell’impianto.

 

di Laura Lo Presti, moderatrice,  Zero Waste Italy

PRATO – Successo di pubblico per l’iniziativa on line sull’inceneritore di Baciacavallo organizzata ieri, venerdì 11 dicembre, dal BioDistretto del Montalbano insieme al Centro Rifiuti Zero di Capannori e Zero Waste Italy. Cinque relatori in rappresentanza dei comitati e delle associazioni locali si sono alternati in un dibattito pubblico trasmesso in diretta Facebook con l’intento di condividere le preoccupazioni che suscita la recente approvazione regionale al nuovo progetto da oltre 30 milioni di euro presentato dal gestore GIDA Spa per il rinnovamento dell’impianto e la sostituzione dell’attuale inceneritore.

Tra gli organizzatori Rosalba Luzzi ha sottolineato il bisogno di avere maggiori informazioni, al di là dei racconti della stampa, e di approfondire le conoscenze su questo impianto che da 40 anni crea problemi sollevati dalla popolazione: “Lavoriamo per la costituzione di un BioDistretto sul Montalbano e siamo coinvolti in tutte le tematiche della Piana martoriata”.

Il secondo a parlare è Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Italy ed energico motivatore, che non perde tempo a ribadire il suo giudizio “negativissimo” sulla vicenda, sottolineando quanto la partita sia ancora aperta senza farsi spaventare dal parere positivo alla Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA).

Nel passato i fanghi andavano anche in discarica ma per giusta decisione dell’Europa questa destinazione non è più praticabile in quanto gli scarti organici causano problemi di percolamento e contaminazione. Per prima cosa, ha detto Ercolini, i fanghi bisogna ridurli facendo un lavoro a monte, in parte fin da subito, e trattare la quota rimanente con 3 opzioni: l’incenerimento, la digestione anaerobica oppure il compostaggio. Alla portata delle amministrazioni pubbliche c’è la possibilità importante di separare i flussi e quindi distinguere le acque reflue civili dai flussi dei fanghi industriali.

Le acque civili possono produrre dei fanghi che possono essere congiunti, con le dovute precauzioni, alla frazione organica, con il risultato di ottenere un residuo solido molto basso, tendenzialmente a zero. Applicando la digestione anaerobica, che sottrae al fango solido l’80% della massa perchè lo trasforma in biogas, rimane un 20% di digestato per il quale si potrebbero prevedere progetti di ripristino ambientale per risanare siti degradati o dismessi (cave, crinali montani, bonifiche). Così non ci sarebbe bisogno di un inceneritore che, seppur di taglia piccola, ugualmente causa grandi danni sanitari e ambientali: “Ogni dose di diossina è un’overdose, nessun rischio è accettabile se si può evitare”.
Come ultimo monito, Ercolini sprona a vigilare sul Recovery Fund o sulle altre modalità di finanziamento pubblico all’industria sporca.

Il terzo a intervenire è Sergio Benvenuti – portavoce del coordinamento dei Comitati per la Salute della Piana di Prato e Pistoia – che ha ripercorso la storia dell’impianto e il contesto attuale in cui ci troviamo: all’interno di una delle aree più inquinate e per questo anche sanzionate dall’Europa, davanti a un Comune che nella forma approva l’emergenza climatica e nella sostanza, non soltanto non mitiga, ma permette l’aggravamento della situazione ambientale del territorio.
L’origine di quest’impianto, tuttora sconosciuto alla maggioranza dei cittadini, vede una Prato in pieno sviluppo del settore tessile, quando i fiumi si coloravano con gli scarichi industriali. Fu allora che, costruendo il depuratore, si decise di mescolare i reflui civili con quelli industriali, dovendo alla fine bruciare tutto e con grande richiesta di metano a causa della tanta acqua contenuta nei fanghi.

Quarto intervento Francesco Bellini del Comitato pratese “Difendiamo la nostra Salute” che racconta come questa comunità di 15-20.000 di persone sia vessata dall’impianto. Da 40 anni le vasche sono aperte e dopo dure lotte con il Comune e con Arpat da soli due anni, e grazie unicamente ai cittadini, si è stabilito che i problemi odorigeni derivano dalle vasche di GIDA e a provocarle sono delle sostanze cancerogene che vengono nebulizzate nell’aria con effetto aerosol. Nello stesso tempo c’è l’inceneritore con il suo carico di inquinanti sparati attraverso un comignolo sulle abitazioni e sulle scuole. La Regione ha approvato la Valutazione di Impatto Ambientale senza che nessuno studio epidemiologico sia stato fatto.

Ultima relatrice Rosanna Crocini, appassionata presidente dell’associazione “Acqua Bene Comune” di Pistoia, che riprende il tema del forte inquinamento e del drammatico dato sulle acque: l’acqua di superficie, ovvero quella che noi beviamo, è inquinata al 82-84% (dati Ispra). Siamo sotto procedura di infrazione europea perché i depuratori non funzionano. “Pretendete le analisi epidemiologiche – ha insistito Rosanna Crocini – perché i risultati sono catastrofici dal punto di vista sanitario e stiamo compromettendo la vita delle future generazioni”.

Tanti i commenti scritti in diretta, moltissime condivisioni e visualizzazioni, a riprova che nonostante il tema non sia dei più semplici si percepisce la necessità di trovare delle alternative alle vecchie logiche di una politica senza visione e di un’industria insostenibile che massimizza il profitto e calpesta i diritti fondamentali di ogni persona, come quello di vivere in un ambiente non inquinato.

Tags