Uno studio pilota condotto da Arpat ha rilevato concentrazioni di PFAS più elevate nel fegato e nel sangue attraverso il loro sistema circolatorio.
Redazione
29 maggio 2026
Il mare toscano racconta ciò che spesso resta invisibile all’occhio umano. A farlo sono i mammiferi marini spiaggiati lungo la costa, trasformati dalla ricerca in sentinelle dello stato di salute degli ecosistemi. Lo studio pilota condotto da Arpat sulle concentrazioni di PFAS nei tessuti di cetacei e altri vertebrati marini richiama l’attenzione su una famiglia di sostanze ormai al centro del dibattito ambientale: gli “inquinanti eterni”.
I PFAS, composti per- e polifluoroalchilici, sono molecole sintetiche usate per decenni in processi industriali e prodotti resistenti ad acqua, grassi e calore. La loro forza chimica è anche il loro problema: persistono nell’ambiente, si muovono tra acque, sedimenti e organismi viventi e possono accumularsi lungo la catena alimentare. Per questo la loro presenza nei mammiferi marini non è soltanto un dato di laboratorio, ma un segnale ecologico.
Arpat ha analizzato diversi tessuti tra cui fegato, sangue, muscolo e cervello, utilizzando tecniche di spettrometria di massa capaci di individuare tracce minime di contaminanti. I risultati indicano la presenza di PFAS negli animali studiati con un ruolo particolarmente rilevante del PFOS, uno dei composti più noti e monitorati. Le concentrazioni tendono a essere più elevate nel fegato e nel sangue, confermando che queste sostanze non si comportano come molti inquinanti organici tradizionali, che si concentrano soprattutto nei grassi, ma si legano anche alle proteine e viaggiano attraverso il sistema circolatorio.
L’interesse scientifico riguarda anche le differenze tra specie, età e tessuti. Nei giovani esemplari le concentrazioni possono risultare più alte, un fenomeno che suggerisce possibili trasferimenti dalla madre al piccolo anche attraverso l’allattamento. È un dato che amplia la prospettiva: l’inquinamento non resta confinato all’ambiente esterno, ma può entrare nei cicli biologici più delicati.
Il valore dello studio sta nel collegare contaminazione chimica, biodiversità e salute pubblica secondo un approccio One health. I mammiferi marini occupano livelli alti della rete alimentare e condividono con l’uomo porzioni dello stesso ambiente costiero. Monitorarli significa quindi capire meglio che cosa accade nel mare e quali pressioni antropiche lo attraversano.
La ricerca non chiude il caso: lo apre. Servono serie storiche, più campioni e controlli estesi ad altre specie. Ma il messaggio è già chiaro: gli inquinanti eterni sono arrivati anche nel linguaggio silenzioso della fauna marina.



















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