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Piano cave della Toscana, per Legambiente vincono i lobbisti del marmo

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La Regione Toscana – accusa l’associazione ambientalista – anziché rendere sostenibile l’attività estrattiva innalza le percentuali ammissibili di detriti nell’escavazione”.

 

Dopo il via libera del Consiglio alle modifiche del Piano regionale cave del 21 luglio, Legambiente prende posizione dopo le dichiarazioni di alcuni rappresentanti delle istituzioni. “Ci siamo confrontati con i Comuni, le associazioni di categoria, quelle sindacali e ambientali per approvare uno strumento di equilibrio tra responsabilità ambientale, economica e sociale” aveva dichiarato Stefano Baccelli, consigliere regionale Pd e presidente della commissione Territorio e ambiente illustrando in aula il Piano regionale cave.

“Finalmente abbiamo davvero contezza della qualità, quantità, disponibilità e tipologia delle risorse minerarie in Toscana – ha continuato Baccelli – 644 aree di materiali industriali e ornamentali, di cui 491 di materiali industriali e 153 di materiali per usi ornamentali. 2400  sono i siti di cave dismesse e inattive. Il Piano ha come primo obiettivo quello di garantire, all’interno di una visione d’insieme, un corretto e univoco utilizzo delle risorse, tutelando sia l’ambiente che le imprese del settore”.

“Si tratta di un piano che si sforza di conciliare l’efficienza di un settore strategico dell’economia toscana con la sua sostenibilità ambientale e sociale – aveva aggiunto Gianni Anselmi, presidente commissione Sviluppo economico – un piano che disciplina, misura e governa l’impatto delle attività estrattive nelle comunità coinvolte”.

“Sulla base di ricerche effettuate dalle università di Siena, Pisa e Firenze– ha commentato l’assessore regionale al Governo del territorio Vincenzo Ceccarelli – sono stati individuati oltre 300 siti di possibile interesse storico, distinti in tre tipologie: quelli di elevato valore storico/culturale/testimoniale per i quali non è consentito alcun prelievo di materiale, quelli nei quali è possibile prelevare materiale ai fini del restauro di monumenti (articolo 49 della legge regionale 35/2015), infine siti di valore storico in cui comunque il materiale è comune o diffuso e quindi coltivabile ordinariamente”.

Di diverso parere Legambiente: “La Regione Toscana – accusa l’associazione ambientalista – anziché rendere sostenibile l’attività estrattiva cede platealmente alle pressioni della lobby del marmo innalzando le percentuali ammissibili di detriti nell’escavazione”.

“Peccato, perché riconosciamo il lavoro politico d’incessante mediazione dell’assessore Ceccarelli nell’ultimo biennio, ma non possiamo assolutamente accontentarci del risultato ottenuto – dichiara Fausto Ferruzza, presidente di Legambiente Toscana –. In Consiglio si è approvato un Piano cave che delegittima e smentisce quanto avevamo faticosamente ottenuto con l’approvazione del Pit/Ppr nel 2015″.

“I dati della pesa comunale di Carrara, installata nel 2005, fecero emergere già allora una situazione discutibile – continua Legambiente -. Il marmo che scendeva dai monti era costituito per l’83% da detriti (solo il 17% da blocchi) e il 36% delle cave produceva oltre il 90% di detriti. Ma la realtà era ancor peggiore: molte cave, infatti, apparivano virtuose solo perché, in violazione dell’autorizzazione, portavano a valle i blocchi ma abbandonavano al monte i detriti e quantitativi sempre maggiori di terre”.

Per porre fine a questa situazione, nel 2007 il Piano regionale attività estrattive (Praer) stabilì che l’autorizzazione potesse essere rilasciata solo a cave con una resa in blocchi di almeno il 25% e che il Comune verificasse annualmente il rispetto di questo requisito. Ad oggi il Piano regionale cave approvato, secondo Legambiente, stravolge completamente questo principio, giungendo ad “aumentare quanto più possibile la produzione di inerti. Il risultato è che cave non autorizzabili perché particolarmente distruttive diventano pienamente autorizzabili. Chiediamo alla Regione Toscana, come ultimo atto della legislatura, la correzione del Prc”.

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