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Piano Cave, Legambiente: si premia di fatto chi distrugge la montagna

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Nuove osservazioni presentate dal Cigno Verde che accusa: “Completamente stravolti gli obiettivi iniziali, ora le cave saranno autorizzate a sbriciolare la montagna per produrre solo detriti”.

 

di Marcello Bartoli

CARRARA – Nelle commissioni regionali ci sarebbe una ‘manina’ che, a colpi di emendamenti, sta alacremente lavorando a smantellare il Piano Regionale Cave (PRC). Facendo rientrare dalla finestra quello che – così sembrava – era stato buttato fuori dalla porta: la possibilità per le cave di ottenere l’autorizzazione a sbriciolare la montagna per produrre solo detriti.

Legambiente torna alla carica con nuove osservazioni – firmate dal presidente regionale Fausto Ferruzza – indirizzate alle due commissioni consiliari, la II e la IV, che stanno lavorando alla stesura definitiva del PRC. Le osservazioni precedenti erano state presentate appena tre giorni fa, il 18 giugno, e vi si leggeva tra l’altro:

Se l’obiettivo è la riduzione dei detriti, è inammissibile includere nelle aree estrattive i giacimenti con marmo molto fratturato, come le cave del bacino di Ravaccione (Amministrazione, Canalbianco, Rutola, Tecchione, Polvaccio, Collestretto) che producono solo il 3,6-11,4% di blocchi e l’88,6-96,4% di detriti (destinati all’Omya per la trasformazione in carbonato). La cava Amministrazione, la più grande di tutte le Apuane, può essere presa a simbolo delle contraddizioni del PRC: col suo 91,3% di detriti, infatti, toglie ogni credibilità ai principi dichiarati di valorizzare i materiali di cava e ridurre il materiale di scarto”.

Nel frattempo sono state fatte ulteriori modifiche al testo della bozza, che all’associazione ambientalista non sono piaciute per niente. Come l’art. 13, che al comma 4 adesso riporta: «Il Comune, attraverso i piani attuativi di bacino (…) stabilisce le condizioni per il rilascio di autorizzazioni che contengano una ulteriore riduzione della resa minima fino a un massimo del 5% per progetti specifici tesi all’incremento dell’occupazione e lo sviluppo delle lavorazioni in loco in filiera corta, connesse ai materiali di estrazione».

Nella dizione “materiali di estrazione” (anziché blocchi) sono compresi anche tutti i detriti, specifica Legambiente. Accettando una resa in blocchi del solo 20% “si premia di fatto chi distrugge la montagna, purché lavori i detriti in loco, requisito che alcune multinazionali del carbonato soddisfano già abbondantemente”.
(Va ricordato che da molti anni il maggior business della multinazionali non è più il blocco di marmo ma sono i detriti che, ridotti in polvere, vengono usati per l’industria della carta, dei mangimi, dei cosmetici).

È stato poi introdotto un nuovo comma, il 6, che Legambiente giudica “pericolosissimo: «I materiali derivati, impiegati dall’industria per la realizzazione di prodotti sostitutivi dei materiali da taglio, nel progetto di coltivazione e/o nell’ambito del monitoraggio di cui all’art. 14, possono essere computati ai fini della resa come blocchi, lastre e affini».

“Ciò rappresenterebbe un totale stravolgimento degli obiettivi dichiarati dal PRC – proseguono le osservazioni – poiché, nello stesso art.13:
si è partiti ponendo una resa in blocchi del 30% come requisito per rilasciare l’auto­rizzazione (comma 2);
si è subito contraddetto il requisito, concedendo ai Comuni la facoltà di stabilire rese comprese tra il 25 e il 30% (comma 3);
si è affidata ai Comuni la possibilità di ridurre ulteriormente la resa al 20% (comma 4);
si abbasserebbe ulteriormente la resa a percentuali inferiori al 20% (senza limite inferiore: teoricamente anche 0%) computando come resa in blocchi anche le trasformazioni industriali di detriti (scaglie, marmettola, terre) in prodotti sostitutivi dei materiali da taglio (comma 6)”.

Insomma un grande pasticcio di fronte al quale “non possiamo che registrare l’intenzione plateale di favorire l’escavazione a ogni costo, autorizzando anche cave teoricamente dedite al solo prelievo di detriti”.
E dunque, a forza di deroghe e concessioni, questa rischia di trasformarsi in una grande occasione persa per mettere un freno a quello che da più parti viene considerato il più grande disastro ambientale d’Europa.

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