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Plastica non biodegradabile negli imballaggi, l’Università di Pisa svela le frodi

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Sviluppato un metodo innovativo per individuare la componente non biodegradabile. La metà delle buste analizzate è risultata fuori norma.

 

Redazione
28 gennaio 2026

PISA – Tra le pratiche ambientali fraudolente più diffuse nel nostro Paese vi è quella di mischiare polimeri plastici tradizionali (come il polietilene PE) a quelli biodegradabili e compostabili per ridurne i costi di produzione, spacciando poi il prodotto finale come ecologico. Gli imballaggi “truccati” contengono una percentuale variabile di plastica non biodegradabile che impedisce il corretto compostaggio, rilasciando microplastiche nell’ambiente.

Spesso sulle confezioni vengono riportate diciture ingannevoli o loghi contraffatti che dichiarano la conformità alla norma UNI EN 13432, obbligatoria per la commercializzazione di sacchetti e imballaggi compostabili in Italia. In passato venivano usati additivi (ora vietati nell’UE) che frammentano la plastica tradizionale in piccoli pezzi invisibili, dando l’illusione della biodegradabilità senza che questa avvenga realmente a livello molecolare.

L’Università di Pisa ha messo a punto uno strumento affidabile per individuare e quantificare il materiale non biodegradabile aggiunto in maniera fraudolenta nel processo di produzione degli imballaggi di plastica biodegradabile e compostabile. Lo strumento anti-frode è stato creato dal Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa guidato da Erika Ribechini in collaborazione con Biorepack, il consorzio nazionale per il riciclo organico delle bioplastiche compostabili.

Sul piano operativo, il protocollo si basa su tecniche di pirolisi analitica accoppiata a spettrometria di massa, capaci di rilevare concentrazioni di PE anche inferiori all’1%, in linea con i limiti di legge. Questo lo rende uno strumento efficace sia per il controllo di qualità in ambito industriale, sia per la sorveglianza ambientale. Fino a oggi mancava un metodo efficace per verificare che questo limite fosse rispettato. I nuovi strumenti sviluppati a Pisa colmano questa lacuna.

I risultati delle analisi sinora condotte hanno rivelato che circa metà delle buste sottoposte ai controlli sono fuori norma con quantità di polietilene anche sino al 5%. Si tratta di prodotti in gran parte di provenienza extra UE.  “Con le metodiche analitiche che abbiamo sviluppato – spiega Erika Ribechini – è finalmente possibile effettuare controlli affidabili anche su campioni complessi, in tempi rapidi e con costi contenuti, offrendo uno strumento concreto a tutela dell’ambiente e della trasparenza verso i consumatori” .

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