L’umanesimo ecologico del fondatore del movimento Salviamo le Apuane e le sue proposte concrete per una ‘Toscana del buon vivere’.
di Gabriella Congedo
26 settembre 2025
Una rivoluzione dolce ma radicale: si potrebbe sintetizzare così la visione sociale e politica di Eros Tetti. Ambientalista di lungo corso, classe 1977, vive in Garfagnana – la terra dove è nato – e ha scelto di candidarsi alle prossime elezioni regionali toscane nelle file di Alleanza Verdi Sinistra. Con lui parliamo di temi sensibili per il futuro della Toscana come la rigenerazione delle aree interne in stato di abbandono, il rilancio delle economie locali, la questione apuana, la transizione ecologica.
Nel suo libro “La Politica del Buon Vivere” lei propone un cambiamento radicale che riporti l’economia al servizio delle comunità e metta la sobrietà felice e la coscienza del limite al posto della crescita infinita. Da dove ha origine questa sua visione?
Da una radice molto personale: l’esperienza con mio nonno Franco, contadino di montagna. Con lui ho passato giornate intere nei campi, nel bosco, tra castagni e orti. Era un uomo semplice, che non aveva studiato filosofia o economia ma incarnava nella vita quotidiana la vera coscienza del limite: coltivava quello che serviva, rispettava i tempi della natura, riparava invece di buttare, condivideva invece di accumulare.
Da bambino non lo capivo fino in fondo ma oggi vedo chiaramente che in quella vita contadina c’era una saggezza che abbiamo perso. Non era povertà: era sobrietà felice fatta di comunità, rapporti umani solidi e un rapporto equilibrato con la terra.
Più tardi, nelle battaglie con i movimenti Salviamo le Apuane e Io Compro Toscano! ho ritrovato quella stessa verità: i territori e le persone resistono solo quando l’economia è al servizio delle comunità, non quando è guidata dalla logica della crescita infinita.
Per questo parlo di Buon Vivere: non come nostalgia del passato ma come valore da rimettere al centro di ogni politica che costruiamo. L’obiettivo di una politica sana deve essere la qualità di vita dei cittadini, non gli interessi economici di lobby varie. Non è politica naive ma l’unica via per uscire da questo cul de sac.
Cosa intende per “nuovo umanesimo ecologico”?
Mi riferisco a una trasformazione profonda del nostro modo di intendere l’essere umano e il suo posto nel mondo.
Per troppo tempo l’umanità si è percepita come separata dalla natura, al centro di tutto, dimenticando i limiti che ci legano al pianeta. Oggi, di fronte alla crisi climatica e sociale, dobbiamo fare un passo decisivo: riconoscere il nostro potenziale distruttivo. Questa consapevolezza è il primo atto di maturità.
Nel mio libro descrivo questo percorso come l’uscita da una vera e propria ubriacatura adolescenziale: la corsa cieca alla crescita infinita, all’accumulo e al consumo. Serve un’umanità nuova, sobria, nonviolenta e matura, capace di farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni e di scegliere un modello di vita responsabile.
È un cammino complesso ma deve tornare a essere il nostro orizzonte e la nostra aspirazione, perché senza una meta chiara restiamo disorientati. Il nuovo umanesimo ecologico non è quindi un’utopia astratta ma un atto di maturità collettiva.
La rigenerazione delle aree interne con il coinvolgimento attivo delle comunità locali sono centrali nel suo progetto. Quali azioni sono necessarie secondo lei per salvare questi territori dall’abbandono e promuovere l’economia locale?
La rigenerazione delle aree interne richiede azioni concrete su tre fronti.
Primo: ricostruire un’economia locale basata su agricoltura di qualità, artigianato, turismo sostenibile e filiere corte, così da creare lavoro vero e radicato.
Secondo: garantire servizi essenziali – sanità diffusa, scuole, trasporti e connessioni digitali – perché senza diritti non c’è futuro in montagna.
Terzo: dare spazio al coinvolgimento delle comunità locali, rendendole protagoniste delle scelte e non spettatrici di decisioni calate dall’alto.
Ma tutto questo non sarà possibile senza un nuovo rapporto tra città, campagna e montagna. Se non ricostruiamo questo legame non solo le aree interne continueranno a svuotarsi ma anche le città resteranno prigioniere della loro crisi sociale, ambientale ed economica.
La questione apuana è la sua battaglia del cuore. Cosa propone per mettere un argine allo sfruttamento intensivo di queste magnifiche montagne?
La mia proposta è netta: approvare subito il Piano del Parco delle Alpi Apuane, già fermo in Consiglio regionale, che prevede la chiusura di 8 cave tra le più impattanti e punta su uno sviluppo alternativo. È un primo passo concreto, che aprirà la strada a un cambiamento storico.
Ma non basta fermare lo sfruttamento: dobbiamo puntare su uno sviluppo alternativo. Con un Parco che funzioni davvero, capace di valorizzare turismo lento, agricoltura, artigianato, cultura e filiere locali, si possono creare molti più posti di lavoro di quelli che danno oggi le cave nel parco e soprattutto lavoro diffuso, dignitoso e duraturo. Il marmo deve tornare a essere destinato ad Arte, Architettura ed edilizia di qualità mentre il futuro delle Apuane sta nella bellezza, non nello sfruttamento.
I progetti di nuovi impianti eolici e fotovoltaici, soprattutto se di grandi dimensioni, hanno fatto emergere una profonda frattura all’interno del mondo ambientalista tra chi è sempre favorevole e chi è sempre contrario per le più varie ragioni. Come possiamo uscirne senza rischiare la paralisi delle decisioni?
Le polarizzazioni non aiutano: sulle rinnovabili creano solo scontro e finiscono per bloccare ogni decisione. Le energie pulite sono indispensabili ma i progetti non possono essere calati dall’alto. Devono essere condivisi con le comunità e portare grandi ricadute per chi vive sul territorio in termini di lavoro, servizi e riduzione dei costi energetici.
Solo così le rinnovabili diventeranno una risorsa collettiva, capace di unire invece che dividere e di trasformare la transizione ecologica in una vera occasione di giustizia sociale e territoriale. Non possiamo però ridurre la transizione ecologica alla mera transizione energetica per quanto centrale, proprio per questo la mia proposta è quella di creare un soggetto unico che la faccia diventare una grande opportunità per cittadini, aziende e ambiente. Ma si deve agire in modo strutturale e dinamico altrimenti andando avanti come ora finiremo con l’arenarci.
Come le piace immaginare la Toscana tra venti o trent’anni?
Mi piace immaginare una Toscana del Buon Vivere capace di tenere insieme le sue radici e la sua vocazione al futuro. Una regione che tra venti o trent’anni abbia saputo costruire un nuovo equilibrio tra città, campagne e montagne, superando la contrapposizione e tornando a pensarsi come un unico organismo.
Vedo comunità vive nelle aree interne con borghi abitati e produttivi grazie a filiere locali forti, turismo sostenibile, artigianato e agricoltura di qualità. Vedo città meno congestionate e più verdi dove servizi, mobilità e vita sociale sono pensati a misura d’uomo e non a misura di profitto.
Mi piace immaginare una Toscana che abbia messo davvero al centro la transizione ecologica non solo negli slogan ma nei fatti: energie rinnovabili gestite con intelligenza e partecipazione, paesaggi protetti e valorizzati, comunità energetiche che garantiscono autonomia e vantaggi ai cittadini.
Soprattutto, vedo una Toscana che non ha perso la sua anima culturale e umanista e che anzi l’ha rinnovata: un territorio in cui l’identità non è chiusura ma apertura, dialogo e responsabilità verso le generazioni future.
Questa è la Toscana che sogno: una regione che ha scelto la sobrietà, la bellezza e la comunità come bussola e per questo è diventata un modello per il resto del Paese.


















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