Opinioni

SOS fiumi: a Taranto i cittadini insorgono contro il dissalatore sul Tara

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Foto I Luoghi del Cuore FAI

Un progetto dissennato e insostenibile che darà il colpo di grazia a uno dei pochi ecosistemi ancora vivi di questo martoriato territorio.

 

di Valentino Valentini, direttore Museo-Laboratorio della Fauna Minore di San Severino Lucano (PZ)
19 agosto 2025

Come qualcuno saprà il fiume Tara, caro a innumerevoli generazioni di tarantini, è al centro di un progetto per realizzare l’impianto di dissalazione più grande d’Italia, per iniziativa dell’Acquedotto pugliese e suffragato da Giancarlo Chiaia, professore d’Idraulica al Politecnico di Bari, peraltro componente della Commissione regionale per la valutazione dell’impatto ambientale, cosa questa che potrebbe seriamente definire solo un ecologo provetto e non solo un tecnico, seppur bravo e preparato.

Fortuna vuole che il Ministero dell’Ambiente abbia ritenuto tale dissennato progetto incompatibile con gli obbiettivi di sostenibilità ambientale per svariati motivi tra cui i pesanti effetti negativi sull’ambiente e sugli ecosistemi naturali, che graverebbero su d’un territorio definito senza mezzi termini dall’ONU “zona di sacrificio”, in cui, cioè, si consuma da decenni una malaugurata collusione tra governo e aziende, e che sta sortendo malattie e lutti nelle comunità locali.

Una comunità che legittimamente oggi insorge per la salvaguardia del nostro fiume e del suo territorio, perfettamente consapevole che i benefici della natura e della biodiversità sono alla base di ogni aspetto dello sviluppo umano e della sopravvivenza e sono quindi fondamentali per il successo, oggi tanto conclamato, degli obbiettivi di sviluppo sostenibile.

Secondo le ultimissime analisi circa l’80% degli ecosistemi naturali in Europa versa in pessime condizioni a causa dello sfruttamento intensivo del territorio e dei mari, anche Taranto ne sa qualcosa. Nell’ultimo decennio – e chi scrive lo sta provando sulla sua pelle – è sparito circa l’80% degli insetti, particolarmente quelli a volo crepuscolare e notturno, a causa delle varie forme d’inquinamento, delle coltivazioni intensive, dell’uso di biocidi, della carenza di nutrimento e della crisi climatica che s’intensifica di anno in anno indisturbata: ma senza di loro la catena alimentare è compromessa e la piramide ecologica crolla. Senza l’opera d’impollinazione di tali laboriosissimi alati, fondamentali per il 75% delle piante alimentari, l’agricoltura collassa e la produzione di cibo e frutta va perduta.

A livello mondiale la situazione è la medesima, ragion per cui da qualche tempo si va sempre di più affermando la necessità di arrestare questa rovina ecologica e l’urgenza di compensarla ricostruendo gli ecosistemi: altro che impiantare un rovinoso dissalatore su uno dei fiumi ancora abbastanza intonsi rimasti a tener viva quel che resta della connessione ecologica locale in un territorio martoriato come quello della città di Taranto.

Com’è noto l’Unione Europea punta al disinquinamento e all’aria depurata entro il 2030, già qualcosa si sta facendo, tuttavia i livelli di inquinamento sono ancora troppo elevati e gli sforzi anche da parte delle istituzioni non sono sufficienti a limitarne il livello, in uno alla contaminazione degli ecosistemi, la perdita di biodiversità e l’alterazione del paesaggio con il conseguente consumo del suolo naturale che ne deriva.

Casa fare allora per garantire la sopravvivenza del patrimonio naturale di cui il fiume Tara, il nostro territorio, i nostri due mitici mari sono parte integrante? Se i poteri dominanti (politico, accademico, mediatico, burocratico e tecnologico) attualmente non sembrano capaci di operare al meglio a mio sommesso avviso una soluzione, una strategia va ricercata in quel mondo da lungi sottomesso e manipolato che è il “Popolo sovrano” al quale, come già sta succedendo nella nostra città, in tutta verità spetterebbe l’ultima parola sul proprio destino.

In tale direzione va collocata l’importante iniziativa di PeaceLink e di Giustizia per Taranto che consiste nel ricorso al TAR contro l’AIA, l’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata all’impianto siderurgico di Taranto. Il nome stesso di queste associazioni richiama a un cambiamento ecologico e ambientale pacifico ma deciso, tenendo presente però che tutto questo sarà possibile solo con la crescita culturale, la maturazione politica, la cooperazione sociale e il risveglio delle coscienze dei tarantini, che, pur non ignorando i dati scientifici, abbiano sempre come obbiettivo finale il buon senso ma anche, non vi sembri strano, la dimensione spirituale. A perfetta somiglianza delle popolazioni vernacolari che ci hanno preceduto sul territorio e sul pianeta per le quali la natura era “teofania”, diretta emanazione cioè della divinità, quindi una magica realtà inviolabile e da salvaguardare, costi quel che costi.