Ecosistema

Tagli massivi nell’alveo dell’Albegna, le associazioni: “I fiumi non sono canali di scolo ma ecosistemi”

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L'Albegna dopo i tagli (foto Italia Nostra - Occhio in Oasi)

Italia Nostra e Occhio in Oasi: “La sicurezza del territorio non si ottiene semplificando i fiumi ma gestendoli in maniera rispettosa degli equilibri naturali”.

 

2o marzo 2026

GROSSETO In Maremma imponenti tagli di vegetazione fluviale sono stati condotti di recente lungo l’Ombrone e soprattutto nell’alveo del fiume Albegna, dove in alcuni tratti la vegetazione è stata quasi completamente rimossa. A segnalarlo sono le associazioni Occhio in Oasi e Italia Nostra Toscana che nel seguente comunicato chiedono a Regione Toscana, Genio Civile e Consorzio di Bonifica Toscana Sud di adottare una gestione dei fiumi basata sulla scienza, la prevenzione e la tutela degli equilibri naturali e non su interventi estemporanei che rischiano di trasformare ecosistemi fluviali complessi in semplici canali artificiali.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una gestione dei corsi d’acqua sempre più discutibile, che rischia di compromettere gli ecosistemi fluviali senza garantire reali benefici in termini di sicurezza idraulica e riducendo l’apporto delle sabbie verso il mare. L’appello alla Regione Toscana, al Genio Civile e al Consorzio di Bonifica Toscana Sud arriva dalle associazioni Occhio in Oasi e Italia Nostra Toscana.

Con la giustificazione della “messa in sicurezza” e della necessità di mantenere operativi i mezzi dei consorzi vengono effettuati interventi spesso invasivi che producono effetti negativi sui fiumi, sul paesaggio rurale e talvolta anche nei contesti urbani.

È il caso dei recenti interventi lungo il fiume Ombrone, alle porte del Parco della Maremma, ma soprattutto dei pesanti tagli effettuati nell’alveo del fiume Albegna, in località Marsiliana, dove l’utilizzo di grandi mezzi meccanici ha comportato la rimozione quasi totale della vegetazione, dagli argini fino alle sponde. Interventi che rischiano di trasformare ecosistemi fluviali complessi in semplici canali artificiali, con una perdita evidente di valore naturalistico e funzionale.

Non riteniamo corretto richiamare eventi drammatici come l’alluvione del 2012, che causò gravi danni e vittime, per giustificare questo tipo di gestione, soprattutto in assenza di evidenze che dimostrino un reale miglioramento delle condizioni di sicurezza. Al contrario, gli eventi successivi dimostrano quanto sia necessario un approccio più moderno e scientificamente fondato.

Continuare con interventi standardizzati e poco attenti alle dinamiche naturali significa ignorare sia gli effetti dei cambiamenti climatici sia le profonde trasformazioni del territorio. Eventi meteorologici sempre più intensi non possono essere affrontati con semplici tagli della vegetazione o eccessivi escavi del letto del fiume ma richiedono una pianificazione più ampia, basata anche sul recupero delle aree di esondazione naturale e su una gestione più sostenibile degli alvei.

È quindi legittimo chiedersi quando la Regione Toscana darà piena attuazione agli indirizzi previsti dalla Legge 133/2014, che promuove interventi integrati per la riduzione del rischio idrogeologico e il miglioramento dello stato ecologico dei corsi d’acqua insieme alla tutela della biodiversità, in particolare nei tratti ricadenti all’interno di siti Natura 2000 o confinanti, come nel caso dell’Albegna, visto che a monte è presente la ZSC-ZPS Medio corso del Fiume Albegna (IT51A0021). A tal proposito sarebbe utile sapere se prima dell’intervento sia stata fatta un’istanza di screening di incidenza o, se necessario, uno studio di incidenza ai sensi dell’art. 5 del D.P.R. 357/1997 e dell’art. 88 della L.R. 30/2015.

La letteratura scientifica e le migliori pratiche europee dimostrano che la strategia più efficace è quella di lavorare con la natura e non contro di essa valorizzando il ruolo della vegetazione fluviale, fondamentale non solo per la biodiversità ma anche per la stabilità degli argini, la riduzione dell’erosione e la mitigazione del rischio idraulico.

I dati più recenti confermano inoltre un quadro preoccupante: secondo il rapporto ARPAT, nel triennio 2022–2024 solo il 30% dei corsi d’acqua toscani ha raggiunto uno stato ecologico “buono”, con un peggioramento rispetto al periodo precedente. Un dato allarmante se si considera che la Direttiva europea sulle Acque fissa al 2027 il termine per il raggiungimento di questo obiettivo per la maggior parte dei fiumi.
Senza un deciso cambio di strategia questo traguardo rischia di rimanere solo sulla carta.

Restano quindi forti perplessità rispetto alle scelte dell’amministrazione regionale che, da un lato, è chiamata a tutelare un bene pubblico fondamentale anche in base al Decreto Legislativo 152/2006 e, dall’altro, continua ad autorizzare interventi di taglio intensivo affidati ai Consorzi di bonifica e a operatori privati, probabilmente senza un adeguato controllo sui lavori stessi.

I fiumi non sono canali di scolo ma sistemi naturali complessi che svolgono funzioni ecologiche fondamentali e rappresentano un patrimonio collettivo. Per questo devono essere gestiti con competenza tecnica, visione ecologica e responsabilità verso le future generazioni.

Serve oggi più che mai una gestione dei fiumi basata sulla scienza, sulla prevenzione e sulla tutela degli equilibri naturali, non su interventi emergenziali ripetuti nel tempo. La sicurezza del territorio non si ottiene semplificando i fiumi ma gestendoli in modo intelligente e rispettoso dei processi naturali.
Riteniamo che un incontro con i responsabili di queste operazioni possa essere utile a comprendere le nostre preoccupazioni e magari suggerire un approccio diverso nell’interesse collettivo.

Fabio Cianchi – Associazione Occhio in Oasi
Francesco Pratesi – Associazione Italia Nostra Toscana

un tratto dell'Albenga prima dei tagli (foto Italia Nostra - Occhio in Oasi)
Un tratto dell’Albegna prima dei tagli (foto Italia Nostra – Occhio in Oasi)

 

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