Sul fronte investigativo le situazioni non sono identiche ma il cittadino deve subire i rischi e la prevenzione compare solo dopo le fiamme.
di Marcello Bartoli
20 giugno 2026
Prima Vicopisano, poi Empoli, infine Livorno. Tre incendi in dieci giorni, tre impianti che trattano rifiuti, tre comunità costrette a guardare il cielo e a chiedersi che cosa stessero respirando. L’8 giugno alla Delca Energy di Lugnano, frazione di Vicopisano, è bruciato un capannone legato al recupero di plastiche. Il 12 giugno alla Real srl di Empoli le fiamme sono divampate nello stabilimento che tratta rifiuti cartacei. Il 18 giugno alla Bogi Vinicio di Livorno, in via dell’Ecologia, il fuoco ha coinvolto materiali misti: plastiche, legni, metalli, rifiuti speciali.
La sequenza è troppo fitta per essere liquidata con l’alzata di spalle burocratica. Anche quando l’origine fosse accidentale resta il problema politico e industriale: perché luoghi così delicati arrivano a bruciare con questa frequenza? Perché il cittadino deve attendere giorni per capire se nel proprio orto, nell’aria o sui filtri delle centraline siano finite diossine, IPA o altre sostanze? E perché la prevenzione sembra comparire solo dopo sotto forma di ordinanze, finestre chiuse, scuole sospese, campionamenti e comunicati rassicuranti a rate?
Sul fronte investigativo le situazioni non sono identiche. A Empoli, secondo le prime ricostruzioni, l’innesco sarebbe partito da un nastro trasportatore: lo sfregamento di un oggetto metallico avrebbe provocato le fiamme. Nove lavoratori hanno respirato fumo e sono finiti sotto osservazione sanitaria, poi dimessi. Qui l’ipotesi, al momento, è quello di una dinamica tecnica, non di un disegno criminale.
A Vicopisano, invece, pesa il silenzio della Procura. L’impianto Delca è sotto sequestro, l’autorizzazione sospesa, gli accessi subordinati all’autorità giudiziaria. Regione, Arpat e Asl stanno verificando gestione dell’impianto, prevenzione incendi, prescrizioni ambientali, provenienza e stoccaggio dei rifiuti. Non è poco: significa che l’indagine non guarda solo alla scintilla ma all’intero sistema che ha consentito al rogo di produrre un’emergenza così vasta, prima ancora che un problema sanitario e ambientale.
Il caso più inquietante è Livorno. Per la Bogi Vinicio gli inquirenti valutano concretamente anche l’ipotesi dolosa: l’orario notturno del rogo è considerato compatibile con un’azione intenzionale, pur senza escludere altre piste. Arpat annuncia accertamenti tecnici sull’operato dell’azienda e possibili campionamenti ambientali.
La domanda, dunque, non è se la Toscana sappia spegnere gli incendi. È se sappia prevenirli, controllarli e dire tutta la verità quando a bruciare sono i rifiuti. Perché se ogni rogo diventa un caso isolato, il sistema resta sempre assolto.




















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