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Migrazioni climatiche: tutti ne siamo responsabili

Foto da Unhcr.org
Foto da Unhcr.org

Sono uno dei sintomi della crisi ambientale in atto ma anche dell’ingiustizia sociale ed economica insita nel nostro modello di sviluppo.

 

di Roberto Romizi, presidente ISDE Italia

isde_logo_piccoloGli effetti dei cambiamenti climatici già ora stanno mettendo a rischio la vita e il benessere di miliardi di persone.
Secondo le più recenti stime dell’Intergovernative Panel of Climate Change, il gruppo internazionale di scienziati incaricati dalle Nazioni Unite di studiare i cambiamenti climatici, questi effetti saranno rapidamente crescenti se non riusciremo a contenere, nei prossimi decenni, l’incremento di temperatura globale entro 1.5°C.

I cambiamenti in corso, come è ormai ben noto, dipendono esclusivamente dalle emissioni clima-alteranti (soprattutto CO2, metano, ossidi di azoto) generate dalle attività umane in particolare negli ultimi 30 anni.
Le modificazioni climatiche comportano non solo effetti ambientali negativi sia a breve che a medio-lungo termine ma anche danni sanitari e gravi conseguenze di tipo socio-economico, tra le quali un aspetto di rilievo è certamente occupato dai fenomeni migratori.

I cambiamenti climatici agiscono ovunque come amplificatore delle criticità pre-esistenti e, anche per questo, le conseguenze sull’ambiente e sulla salute colpiscono in misura diversa regioni e popolazioni alimentando disuguaglianze, ingiustizie e iniquità. Sebbene il miliardo più povero della popolazione mondiale produca circa il 3% di tutto il gas serra del mondo, i morti dovuti a cambiamenti climatici sono quasi esclusivamente confinati nella parte più povera del pianeta.

La International Organization for Migration definisce i “migranti ambientali” come “persone o gruppi di persone che, per motivi importanti legati a modificazioni ambientali improvvise o progressive che influenzano negativamente la loro vita o le condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le proprie case o scelgono di farlo, temporaneamente o permanentemente, spostandosi all’interno del proprio paese o all’estero”.

Secondo alcune previsioni, il numero di persone potenzialmente soggette a migrazioni forzate a causa delle modificazioni climatiche potrebbe raggiungere il miliardo entro il 2050.
Uno studio ha esaminato le richieste di asilo in Europa di persone provenienti da 103 diversi Paesi tra gli anni 2000 e 2014, calcolando che le variazioni climatiche hanno causato, nel periodo considerato, una media di oltre 350.000 richieste di asilo all’anno, seguendo una relazione statistica non-lineare con le variazioni di temperatura.

Il World Bank Group ha stimato che il riscaldamento globale causerà oltre 143 milioni di “migranti climatici” provenienti per lo più dall’Africa sub-Sahariana, dall’Asia meridionale e dall’America Latina a causa dei danni all’agricoltura, della siccità e dell’aumentato livello dei mari. La rapida applicazione di soluzioni utili ad abbassare le emissioni di gas clima-alteranti potrebbe ridurre il flusso di migranti climatici dell’80%, interessando “solo” 40 milioni di persone.

Un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Climate and Health Country profile- Italy, 2018) ricorda come l’Italia sia fortemente interessata dal fenomeno delle migrazioni e che “meno del 10% dei migranti si qualificano come rifugiati, in quanto nella maggior parte dei casi si tratta di migranti economici e climatici, che si spostano da aree caratterizzate da siccità e desertificazione”.

L’azione dell’uomo risulta oggi talmente inedita nella storia della Terra da giustificare la definizione di “Antropocene” per denominare l’attuale era geologica.
Nell’era dell’Antropocene l’impatto dell’uomo sull’ambiente e il suo dominio sulla natura determinano dinamiche e scenari progressivamente distruttivi: l’aumento di emissioni di gas serra generate da industria, trasporti, allevamenti intensivi, deforestazione, l’aumento di sostanze chimiche pericolose e relativo inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, l’aumento dei rifiuti, la distruzione della biodiversità, l’impatto di mega-progetti su ambiente e comunità, lo sfruttamento illimitato delle risorse, il processo di deruralizzazione, la negazione della sovranità alimentare, la perdita di fertilità dei terreni, lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello dei mari, ma anche l’aumento della povertà e delle disuguaglianze, la crescita eccessiva della popolazione in rapporto alla disponibilità di risorse, la privatizzazione delle acque, l’assenza di regolamentazioni, la riduzione delle normative a garanzia della salute pubblica.

In questo contesto i cambiamenti climatici aggravano fattori di instabilità e insicurezza già presenti in alcune aree del mondo, che spingono intere comunità a spostarsi e che sono causa altresì di conflitti generati dalla corsa per l’accesso a risorse sempre più scarse e per la gestione delle materie prime.

Le migrazioni ambientali dipendono anche dalle nostre scelte di consumo. Il modello di sviluppo attuale si caratterizza per cicli produttivi agricoli e industriali sempre più veloci, intensi e contaminanti, con depauperamento di risorse naturali ed energetiche tipico dei modelli di economia lineare, diminuzione di fertilità dei suoli, perdita di biodiversità, aumento della produzione di rifiuti e dell’inquinamento.
Tutto ciò si correla a un consumismo che determina errati stili di vita e deterioramento ambientale, entrambi fattori che secondo numerose evidenze contribuiscono considerevolmente all’attuale pandemia di obesità, malattie metaboliche respiratorie, riproduttive, cardiovascolari, neoplastiche, neurodegenerative e mentali.

Le migrazioni ambientali sono uno dei sintomi della crisi ambientale in atto ma anche dell’ingiustizia sociale ed economica insita nell’attuale modello di sviluppo. Un modello fondato sul ciclo di estrazione, produzione, consumo, che trasforma sempre più velocemente materie prime in rifiuti non riciclabili e inquinamento, interferisce in maniera distruttiva con l’ecosistema e i cicli di vita del Pianeta, determina la socializzazione dei costi ambientali e sociali e la concentrazione di immensi profitti.

E’ necessario un nuovo modello fondato non solo sulla sostenibilità e su forme di economia circolare ma anche sull’equità e sulla giustizia sociale e ambientale, che oltre a tutelare chi oggi è costretto a migrare riduca in futuro la necessità delle migrazioni.
Si tratta dunque di adottare politiche realmente indirizzate verso un modello economico circolare in grado di rigenerarsi attraverso il recupero di materia, l’assenza di combustioni, l’uso di energia da vere fonti rinnovabili (ad es. solare, eolico, idroelettrico), il riciclo dei prodotti usati, la progettazione di prodotti a vita lunga.

La vera emergenza è che milioni di persone debbano abbandonare le loro case, il loro paese, per un insieme ben noto di cause: cambiamenti climatici, guerre, regimi dittatoriali, neo-colonialismo, sfruttamento delle risorse naturali.
Le migrazioni forzate per cause ambientali sono una responsabilità collettiva, responsabilità che dovrebbe costituire il fondamento di strumenti di tutela internazionale. Per questi motivi si sente la mancanza di un Tribunale internazionale dell’Ambiente realmente efficace.

Nel frattempo, è necessario inserire il fenomeno delle migrazioni ambientali nelle agende politiche nazionali e internazionali per adeguare le politiche in materia di migrazione, poiché la qualità della vita di tutti gli esseri umani dipende direttamente dallo stato di salute del Pianeta.
Per tutelare i migranti ambientali si dovrebbe obbligare ogni Paese ad assumersi le responsabilità connesse alle proprie scelte energetiche e di produzione: gli accordi internazionali sul clima dovrebbero stabilire un legame tra la quantità di CO2 emessa da ciascun Paese e il numero di migranti ambientali che quel Paese è tenuto a ospitare.
Dobbiamo elaborare una strategia sulla crisi ecologica, economica, politica e umanitaria mondiale che sta causando l’aumento del numero di persone che scappano da casa loro perché noi abbiamo contribuito a rendere invivibile il loro paese e la loro realtà, anche perché il nostro stile di vita è ormai insostenibile.

Preoccupa il clima culturale di disprezzo dei principi di tutela della vita, del rispetto della libertà e della dignità della persona che si sta consolidando ovunque. Il fenomeno dei migranti sta scompaginando equilibri culturali e politici su questioni etiche importanti di integrazione e accoglienza generando spavento e intolleranza.
Certo è che i governanti d’Europa e di molti Paesi del mondo stanno dando, con poche eccezioni, una dimostrazione di squallore morale e di cecità politica di fronte al dramma dei migranti, dei quali organizzano la miseria, la sofferenza e la perdita di vite.

Come medici sentiamo il dovere di ricordare a tutti le regole proprie della nostra professione, richiamate in tante parti del nostro Codice deontologico, che sono alla base del giuramento professionale e segnatamente nell’articolo 5: “Promozione della salute, ambiente e salute globale. Il medico, nel considerare l’ambiente di vita e di lavoro e i livelli di istruzione e di equità sociale quali determinanti fondamentali della salute individuale e collettiva, collabora all’attuazione di idonee politiche educative, di prevenzione e di contrasto alle disuguaglianze alla salute (…) favorisce un utilizzo appropriato delle risorse naturali, per un ecosistema equilibrato e vivibile anche dalla future generazioni.”

L’impegno dei medici non può limitarsi a un’opera di contenimento e riparazione dei danni diretti e immediati degli agenti patogeni e clima-alteranti ma deve anche essere orientato a fare in modo che la società nella quale viviamo modifichi le sue priorità in favore della salvaguardia della salute e dell’ambiente.
Si tratta di fare una rivoluzione culturale, “Vivere più semplice per far semplicemente vivere gli altri” (Mahatma Ghandi). E per concludere, una frase significativa di Bateson: “Una specie che distrugge il proprio ambiente distrugge se stessa” (Gregory Bateson, 1904-1980).

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