Inquinamento

Mercurio oltre i limiti nei fiumi e nelle acque costiere della Toscana, da dove viene?

geotermia mercurio Toscana-ambiente
Una delle fonti di emissione del mercurio in Toscana è la geotermia.

Oggi se ne fa meno uso che in passato nei processi industriali ma continua ad essere presente in scarichi ed emissioni.

 

di Gabriella Congedo

Era il 1956 quando a Minamata, una cittadina costiera del Giappone, furono scoperti per la prima volta gli effetti dell‘intossicazione acuta da mercurio: persone e animali morivano fra atroci sofferenze. Responsabile una multinazionale chimica, la Chisso Corporation, che aveva sversato per anni i suoi reflui contenenti metilmercurio nelle acque da cui la popolazione locale si approvvigionava di pesce.
Questo disastro ambientale ha trascinato i suoi effetti per anni e dato il nome a una vera e propria patologia, la malattia di Minamata. Il mondo si è accorto che questo metallo usato nei processi industriali e presente in scarichi ed emissioni è uno degli inquinanti più pericolosi che si conoscano e può arrivare a distruggere il sistema nervoso.

Allora è stato messo al bando, si dirà? Niente affatto. Si è continuato a estrarlo dalle miniere e a impiegarlo nei processi produttivi. Solo nel 2013 un gruppo di 123 Paesi, fra cui l’Italia, ha ratificato la Convenzione di Minamata per regolamentarne il commercio e ridurne l’uso nei processi industriali. Un po’ poco, e decisamente troppo tardi. Perché a dispetto degli impegni internazionali il mercurio, una volta rilasciato nell’ambiente, rimane in circolazione per migliaia di anni (si parla di global mercury cycle), viaggia per lunghe distanze attraverso l’atmosfera e continua a inquinare la terra e le acque.
Fatta questa premessa, come siamo messi in Toscana? Ce ne fa un quadro ARPAT, l’Agenzia regionale per la Protezione ambientale.

Il mercurio in Toscana: da dove viene

Nel sud della Toscana troviamo le miniere di mercurio nel monte Amiata, conosciute e sfruttate fin dall’antichità. L’attività è proseguita fino agli inizi degli anni Settanta quando finalmente si è compreso il grave impatto ambientale di questo metallo. La chiusura definitiva dell’intero bacino mercurifero risale al 1972.

Un’altra fonte di diffusione del mercurio è la geotermia, che vede la Toscana al primo posto in Italia nello sfruttamento di questa fonte di energia. Oggi sono 35 le centrali in funzione nelle aree di Larderello, Radicondoli, Lago e Piancastagnaio dove il mercurio è disperso in superficie dai vapori geotermici estratti dal sottosuolo. In queste zone ARPAT con le sue centraline controlla la qualità dell’aria e le emissioni delle centrali.

Rosignano SolvAYAltri impianti industriali che hanno contribuito al rilascio di mercurio nell’ambiente sono la Solvay Chimica di Rosignano (LI) e Altair Chimica a Volterra (PI), che per molto tempo hanno utilizzato celle elettrolitiche a mercurio nel loro processo produttivo, poi definitivamente abbandonate. Solo nei primi anni Ottanta lo stabilimento Solvay si è dotato di un sistema di trattamento delle acque di scarico in grado di eliminare il mercurio, poi definitivamente escluso dal ciclo produttivo nel 2007.

Il mercurio nelle acque toscane e nei pesci

In Toscana, informa ARPAT, il mercurio è responsabile del mancato raggiungimento dello stato chimico “buono” dei fiumi. Nel monitoraggio del 2020 è risultato tra i parametri che hanno superato in 34 stazioni la Concentrazione Massima Ammissibile (CMA).
Il mercurio è anche nei pesci. ARPAT ha cominciato a cercarlo dal 2017 fra quelli che vivono nei fiumi e nelle acque di transizione (lagune, stagni costieri, zone di delta ed estuario). In linguaggio tecnico si chiamano biota. Le sostanze pericolose trovate contribuiscono a determinare lo stato chimico. La classificazione basata sul biota anche nel 2020 ha confermato il 100% di stato chimico “non buono” per il superamento dello Standard di Qualità Ambientale del mercurio in 18 punti sui 20 monitorati.

Il quadro non cambia per le acque marine costiere: nel 2019 le analisi per determinare la presenza del mercurio nei pesci hanno indicato una situazione di bioaccumulo di questo metallo lungo tutta la costa, con superamenti dello standard ambientale in tutte le stazioni campionate.
In ambiente acquatico infatti il mercurio muta nella sua variante organica, il metilmercurio, ancora più tossico e pericoloso. In questa forma entra più facilmente nella catena alimentare, si accumula nei tessuti adiposi degli esseri viventi e, attraverso un processo chiamato “biomagnificazione”, man mano che si sale nella catena, dai pesci e molluschi più piccoli ai più grandi, il livello di contaminazione aumenta fino ad arrivare al predatore finale, l’uomo.

Gli effetti sulla salute

Mercurio elementare e metilmercurio sono tossici per il sistema nervoso centrale e periferico. L’inalazione dei vapori di mercurio può produrre effetti dannosi sul sistema nervoso, digestivo e immunitario, sui polmoni e sui reni fino a indurre la morte. Ma l’impatto maggiore è quello del metilmercurio che colpisce il sistema nervoso centrale – in particolare il cervelletto e la corteccia visiva – e il sistema nervoso periferico.

Purtroppo, se anche si smettesse subito di rilasciare mercurio nell’ambiente, quello del passato resta in circolazione e continuerà a circolare per migliaia di anni. E’ necessario individuarlo e bonificarlo. Il Sistema Nazionale di Protezione Ambientale (SNPA), di cui ARPAT fa parte, è al lavoro per mettere a punto un’unica procedura a livello nazionale alla quale i laboratori possano fare riferimento per classificare le diverse forme di mercurio e capire come si comporta in presenza di aria, terra o acqua. Un passaggio importante per programmare in futuro monitoraggi ambientali e bonifiche realmente efficaci.

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