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Ateneo di Pisa: “Insetti, lombrichi e funghi possono mangiare la plastica”

Ateneo di Pisa e il progetto europeo Recover: "Insetti, lombrichi e funghi possono mangiare la plastica"
Eisenia foetida (verme rosso californiano).

Con il progetto Recover l’Unione Europea punta a studiare la biodegradazione della plastica “dandola in pasto” a enzimi e microorganismi.

 

Redazione

PISA – I modi per riciclare la plastica in modo naturale sembrano moltiplicarsi nel corso degli anni con ricercatori e scienziati che stanno aumentando i loro sforzi sul riciclaggio biologico. Nel 2017 Paolo Bombelli e Christopher Howe, dell’Università di Cambridge, scoprirono che le tarme erano in grado di divorare la plastica rompendone i legami chimici e che grazie ad alcuni particolari enzimi coinvolti nel processo di digestione gli insetti riuscivano di fatto a biodegradare il polietilene.

Nel 2020 la società francese di biochimica Carbios aveva annunciato la scoperta di un enzima, originariamente presente nel compost, in grado di riciclare in sole 10 ore il 90% di tutti i rifiuti di plastica PET (il polietilene tereftalato o poliestere). Lo scorso autunno in Giappone è stato progettato un superenzima nato dalla combinazione di due diversi enzimi appartenenti a un altro insetto divoratore di plastica, scoperto accidentalmente in una discarica: uno dei due enzimi, chiamato PETase, si nutre della superficie dura e cristallina delle bottiglie di plastica mentre il secondo raddoppia la velocità di scomposizione dei gruppi chimici liberati dal primo.

Adesso è l’Unione Europea, con il progetto Recover, che punta a studiare la biodegradazione della plastica usata nel packaging industriale e nelle attività agricole sfruttando l’attività di insetti, lombrichi e funghi. Lo scopo è quello di progettare sistemi innovativi di compostaggio dove le plastiche differenziate in modo errato possano venire letteralmente “mangiate” da questi organismi. Tra i partners italiani c’è anche l’Università di Pisa con il gruppo di ricerca in Ingegneria Chimica che si occupa di verificare la biodegradazione dei diversi materiali post trattamento e di sviluppare la logistica e la progettazione degli impianti di compostaggio del futuro.

Nel settore agroalimentare – commenta Patrizia Cinelli, docente di Fondamenti Chimici delle Tecnologie – si ricicla solo circa il 30% della plastica impiegata nel packaging o in agricoltura. La maggior parte finisce dispersa nell’ambiente o nei termovalorizzatori. Parte del lavoro di Recover consiste nell’individuare le plastiche più adatte a essere biodegradate, definendo metodi adatti a raccoglierle e pretrattarle per poterle poi “dare in pasto” a enzimi e microorganismi”.

Gli insetti e i microorganismi sono stati selezionati studiandone le caratteristiche in natura e potenziandoli poi con enzimi che li rendono maggiormente in grado di assorbire le quantità di plastica necessaria. Tra gli organismi selezionati l’Eisenia foetida (verme rosso californiano) il Lumbricus Terrestris (lombrico comune), Tenebrio molitor (tarma della farina) e Galleria mellonella (tarma della cera).

In una ulteriore fase di sviluppo del progetto – prosegue Patrizia Cinelli – dallo scheletro degli insetti verrà estratta la chitina, da cui si produce anche il chitosano, con note proprietà anti-microbiche valorizzabili in prodotti per imballaggio attivo, agricolo e cura della persona mentre dai residui organici degli insetti e dei lombrichi si potrà produrre biofertilizzante.

La messa a punto di una catena di smaltimento virtuosa non toglie che molto lavoro debba essere fatto per ridurre al minimo l’impiego di plastica nel packaging e gli sprechi alimentari, ma almeno avremo a nostra disposizione uno strumento in più per limitare gli immensi danni all’ambiente che ora provoca la dispersione della plastica nel suolo e nel mare.

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