Inquinamento

L’EFSA dovrà rendere pubblici gli studi sulla tossicità del glifosate

Agriculture
Il Tribunale dell’UE ha annullato le decisioni dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare che negano l’accesso agli studi sulla nocività del glifosate.

 

L’EFSA (l’Autorità europea per la Sicurezza alimentare) dovrà rendere pubblici gli studi sulla tossicità del glifosate. Lo ha deciso il Tribunale dell’UE con una sentenza del 7 marzo di quest’anno.
Il glifosate com’è noto è uno degli erbicidi più usati a livello mondiale per il controllo delle erbe infestanti. La sua ampia diffusione ha quindi sollecitato vari studi scientifici per la valutazione del suo impatto sugli ecosistemi e sulla salute umana.

Ed ecco che nel marzo del 2015 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) lo ha catalogato come “probabile cancerogeno per gli umani”. Ad aprile 2015 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) è stata incaricata dalla Commissione Europea di valutare le conclusioni dello IARC e di effettuare una revisione ai fini del rinnovo dell’autorizzazione dell’uso del glifosate in Europa.

Contrariamente al rapporto IARC, le ricerche di EFSA sono arrivate alla conclusione che è “improbabile che il glifosate possa costituire un pericolo cancerogeno per gli esseri umani”. I risultati opposti delle due valutazioni hanno generato, nei mesi successivi, un duro dibattito tra le due agenzie circa la metodologia applicata per determinare la possibile cancerogenicità dell’erbicida.

Le conclusioni dell’EFSA avrebbero permesso alla Commissione Europea di rinnovare per altri 15 anni la licenza per il glifosate. Tuttavia a marzo 2016 il Comitato permanente su piante, animali, cibi e mangimi (Paff) non ha proceduto al rinnovo a causa dell’opposizione di alcuni Paesi, tra cui l’Italia. Subito dopo (marzo 2016) il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione non vincolante che esorta la Commissione a rinnovare l’autorizzazione al commercio del glifosate per soli 7 anni invece di 15 e limitatamente all’uso professionale.

In ambito UE è stato quindi varato il Regolamento 1313/2016 che contiene misure di limitazione nell’uso di prodotti a base di glifosate, ripreso in Italia, in forma ancora più restrittiva, dal decreto 9 agosto 2016 che proibisce, ad esempio, l’utilizzo dell’erbicida in luoghi di interesse pubblico (parchi, giardini, ecc) e vieta totalmente l’impiego per fini non agronomici.
In Toscana vige invece dal 2015 un provvedimento simile che proibisce l’uso del glifosate nei settori non agricoli (es. manutenzione del verde urbano).

Nel frattempo anche l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa) nel marzo 2017 ha confermato la classificazione del glifosate come sostanza che può causare seri danni agli occhi, tossica per l’ambiente acquatico con effetti a lungo termine, ma “senza evidenze scientifiche che lo possano classificare come cancerogeno, mutageno o tossico per la riproduzione”.

In questo ridda di valutazioni anche contrastanti un cittadino e alcuni eurodeputati, appellandosi alla Convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni in materia ambientale, hanno chiesto formalmente all’EFSA di poter accedere agli studi sulla tossicità e cancerogenicità del glifosate alla base delle sue valutazioni; questi studi, mai pubblicati, sarebbero fondamentali per determinare la dose giornaliera ammissibile di glifosate, oltre a contenere risultati e analisi sulla sua cancerogenicità.

L’EFSA ha però negato l’accesso perché:

  • la divulgazione di queste informazioni avrebbe danneggiato gli interessi commerciali e finanziari delle imprese autrici degli studi;
  • non esiste alcun interesse pubblico prevalente alla divulgazione di questo genere di informazioni;
  • gli studi non avrebbero fornito informazioni relative alle emissioni nell’ambiente, ai sensi della Convenzione di Aarhus;
  • l’accesso non sarebbe servito per una valutazione scientifica dei rischi relativi al glifosate.

I ricorrenti a questo punto si sono rivolti al Tribunale dell’Unione Europea per chiedere l’annullamento del rigetto. Il Tribunale, con sentenza del 7 marzo 2019, ha dato torto all’Autorità, annullandone la decisione di negare l’accesso agli studi effettuati.
Ha dunque stabilito che l’EFSA debba renderli pubblici in quanto “l’interesse del pubblico ad accedere alle informazioni sulle emissioni nell’ambiente è non solo quello di sapere che cosa è, o prevedibilmente sarà, rilasciato nell’ambiente, ma anche di comprendere il modo in cui l’ambiente rischia di essere danneggiato dalle emissioni in questione”. Per i giudici europei, dunque, il pubblico è tenuto a essere informato sui rischi ambientali legati alla diffusione del glifosate.
Gli studi di cui è stato chiesto l’accesso per il Tribunale UE conterrebbero a tutti gli effetti informazioni “[riguardanti] emissioni nell’ambiente” ai sensi della Convenzione di Aarhus e l’EFSA non avrebbe dovuto negarne la divulgazione.

Per il Tribunale l’interesse pubblico è dunque superiore a quello delle aziende. Trattandosi di una sostanza destinata a essere rilasciata nell’ambiente, i suoi impatti prevedibili non sono solamente teorici, visto che i residui sono presenti nel cibo, nelle piante e nelle acque, ma reali; il pubblico deve accedere non solo alle informazioni sulle dispersioni ma anche a quelle sulle conseguenze a medio e lungo termine sull’ambiente, per esempio sugli organismi che non sono target primari della sostanza.

Fonte: ARPAT

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