Prima la salute - di ISDE Medici per l'Ambiente

Perché le biomasse forestali NON sono una fonte di energia rinnovabile

Wooden Logs with Forest on Background

Una modalità di produzione energetica che rappresenta una vera e propria aggressione nei riguardi dell’ambiente e della salute.

 

di Ferdinando Laghi
Direttore UOC di Medicina Interna Ospedale di Castrovillari (CS)
Vice presidente Nazionale Associazione Medici per l’Ambiente ISDE-Italia
ferdinandolaghi@gmail.com

isde_logo_piccoloPer biomasse si intende un insieme estremamente eterogeneo di sostanze, ma, in generale, tutte aventi matrice organica. Per esigenze di spazio e per interesse specifico, in questo scritto ci riferiremo alle biomasse di origine boschivo-forestale e alla loro presunta “rinnovabilità” quali fonti energetiche. Un assurdo concettuale, a ben vedere, un vero e proprio ossimoro logico, che si accompagna, per di più, a tutta una serie di problemi per questo specifico utilizzo che fanno di questa modalità di produzione energetica una vera e propria aggressione nei riguardi dell’Ambiente e della Salute umana, confinandola in un ambito di vera e propria speculazione economica.

Speculazione che, purtroppo, si regge su normative che la sostengono e la incoraggiano, attraverso incentivi economici pubblici, cioè soldi di noi tutti, che potrebbero essere assai meglio investiti.

Forse non tutti sanno che il governo Gentiloni, nei suoi ultimi giorni di attività, quando avrebbe dovuto occuparsi semplicemente dell’ordinaria amministrazione, ha, invece, pensato bene di licenziare addirittura il Testo Unico Forestale (TUF), che sostanzialmente equipara boschi e foreste italiane a vere proprie “miniere energetiche”. Provvedimento che, malgrado le tante voci che l’hanno duramente e motivatamente osteggiato prima, e criticato poi – tra cui accademici, giuristi, “addetti ai lavori” in generale- continua, ad oggi, a essere pienamente vigente.

L’idea che boschi e foreste non siano in grado di “badare a se stesse”, in una concezione antropocentrica davvero assai ristretta, e che necessitino assolutamente dell’intervento regolatore e un po’ salvifico dell’Uomo, credo non possa non apparire quantomeno sorprendente, e anche un po’ bizzarra. Oltre a cozzare contro l’evidenza dei fatti. Fatti che ci dicono come l’avvento dell’Uomo sulla terra sia cosa recentissima, risalente davvero a pochi istanti fa, parlando di ere geologiche della Terra, quando boschi e foreste erano già anzianissimi e se la cavavano egregiamente da soli.

Ma, tornando al tema, che le biomasse forestali NON possano essere considerate fonte di energia RINNOVABILE mi pare cosa di palmare evidenza. Rinnovabili sono l’energia solare, quella eolica, il moto delle maree; tutti elementi accomunati dal fatto che si rinnovano, momento per momento, man mano che vengono utilizzate, senza latenza e senza perdite di alcun genere. Boschi e foreste, no. Anche nel caso di quelli a rapido accrescimento, finalizzati all’utilizzo energetico (le short rotation forestry – SRF), sono necessari comunque anni per la ricrescita.

Ma questa lentissima e, come si vede, millantata, “rinnovabilità” non è certo l’unica controindicazione all’utilizzo delle biomasse forestali quale fonte di energia rinnovabile. Vediamone altre.
Il processo di combustione, attraverso cui si ottiene l’energia dalle biomasse, le accomuna alle fonti fossili, piuttosto che a quelle rinnovabili. Una modalità lineare – e non certo circolare, modello che sarebbe invece da perseguire – di produzione energetica, che è caratterizzata da emissione pericolose, durante la combustione, e da residui – le ceneri – che ancor prima di essere un problema per il loro smaltimento, rappresentano uno spreco energetico, in quanto ancora dotate di potenzialità in tal senso.

Sono proprio i processi di combustione di origine antropica, con la loro immissione di gas climalteranti in atmosfera, quelli che vengono ormai pressoché unanimemente ritenuti i maggiori responsabili dei cambiamenti climatici che già oggi tanto rovinosamente impattano su ambiente e salute umana. Che senso ha, dunque, non solo tollerare, ma addirittura incentivare economicamente una modalità di produzione energetica che contribuisce a minacciare la sopravvivenza dell’Uomo sulla Terra?

Né ha fondamento scientifico l’assunto che, in realtà, nella combustione delle biomasse il bilancio della CO2 sarebbe pari a zero, per via dell’assorbimento di anidride carbonica da parte degli alberi durante la loro crescita, che andrebbe poi a compensare quella prodotta dalla loro combustione. I sostenitori del “bilancio zero” dimenticano (?) di considerare due aspetti fondamentali della questione. Il primo, è che l’assorbimento di CO2 avviene nel corso di anni, mentre la sua immissione in atmosfera, durante la combustione, è concentrata in pochi minuti.

Ma l’aspetto ancor più importante è che nel bilancio della CO2 vanno ovviamente considerati anche le fasi di estrazione e di trasporto delle biomasse; la produzione, cioè, di quella quota di anidride carbonica rilasciata dai mezzi che tagliano e preparano le biomasse e dei vettori (autoveicoli, navi, ecc.) che le trasportano dai luoghi di produzione a quelli di utilizzo. La globalizzazione dei traffici commerciali rende ormai comuni trasporti di centinaia o migliaia di chilometri con un conseguente, enorme aumento della quantità di CO2 immessa in atmosfera.

I gas climalteranti, inoltre, non rappresentano certo l’unico problema di impatto sulla qualità dell’aria determinata dalla combustione delle biomasse. Ad onta dell’immagine di “naturalità” e innocuità, che normalmente viene associata alla combustione del legno, infatti, sono numerosissime le sostante tossiche e cancerogene che vengono liberate durante tali combustioni: particolato fine e ultrafine (le famigerate micro e nanopolveri), idrocarburi policiclici aromatici (IPA), metalli pesanti e via inquinando. Questo perché, essendo il nostro pianeta un sistema chiuso, le matrici ambientali –aria, acqua, suolo- trasferiscono gli inquinanti in esse contenuti a tutto ciò, alberi inclusi, che con loro viene a contatto.

Ma gli aspetti negativi associati all’utilizzo a fini energetici delle biomasse boschive non sono ancora finiti. Il loro rendimento elettrico è piuttosto basso (attorno al 25%), il che sconsiglierebbe investimenti economici in questo ambito, se la resa economica non fosse pesantemente “drogata” dagli incentivi pubblici che, sconsideratamente, si continuano a collocare in questo così controverso ambito di produzione di energia, anziché, ad esempio, molto più opportunamente destinarle, ad esempio, al risparmio e all’efficientamento energetico.

C’è poi un ulteriore aspetto a cui è necessario almeno accennare, quello relativo alle infiltrazioni malavitose. La criminalità organizzata ha nel campo delle forniture alle centrali elettriche a biomasse una fonte di lauti guadagni, spesso causa anche di dispute feroci e sanguinarie tra fazioni avverse (le “mafie dei boschi”). La oppressiva e ubiquitaria presenza delle mafie, inoltre, comporta anche una aggressione illegale e indiscriminata al patrimonio boschivo nazionale, con danno che si assomma a danno.

Un chiaro caso, esemplificativo di molti degli aspetti fin qui discussi, è certamente rappresentato dalla centrale a biomasse ENEL (attualmente in passaggio di proprietà al Fondo F2i) della valle del Mercure. Un impianto che rappresenta tutte le macroscopiche contraddizioni di questa fonte energetica pseudo-rinnovabile. E con alcune specificità davvero sconcertanti. Si trova, infatti, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, la più grande area “protetta” d’Italia, che è anche una Zona di Protezione Speciale (ZPS) dell’Unione Europea (UE); è di elevata potenza (41 MWe), ma di scarso rendimento (25% circa); brucia 350.000 tonnellate l’anno di biomasse da legno vergine, trasportate da oltre 100 camion che ogni giorno, in va -e-vieni, vanno a congestionare una rete viaria, all’interno del Parco, già disagevole per il solo traffico locale, e ad impattare assai negativamente, con i loro gas di scarico, sulla qualità dell’aria. Non è fonte rilevante di occupazione (le poche decine di addetti ENEL sono stati trasferiti da altre centrali con maestranze in sovrannumero), ma, anzi, crea evidenti problemi alle attività cui il Parco è naturalmente vocato (turismo, produzioni agro-alimentari di qualità). Immette in atmosfera un carico inquinante dannoso per la biodiversità del Parco e rischia di danneggiare la salute delle popolazioni residenti. È avversata da chi abita nelle sue adiacenze, da istituzioni locali e associazioni locali e nazionali, ambientaliste e non solo. Titolari di ditte calabresi, fornitrici di biomasse, sono stati arrestati con accuse di “ndrangheta”.

Perché, allora, si continua a tenerla in funzione? Per gli incentivi economici pubblici! Nel 2016, anno di entrata in funzione della centrale – dopo una vertenza durata quindici anni – la centrale ha fruttato ad ENEL 49 milioni di euro (come dichiarato dallo stesso Amministratore Delegato dell’Azienda elettrica), di cui solo 10 milioni di euro da produzione di energia elettrica e 39 milioni di euro (!) da incentivi pubblici…

Le biomasse forestali, nel loro utilizzo a fini energetici, evidenziano una serie di grandi contraddizioni che dovrebbero impedire che sia loro attribuita la qualifica di fonti energetiche rinnovabili, ma soprattutto che cessino i tanto immotivati quanto cospicui finanziamenti pubblici che ne spiegano l’ampio utilizzo.

Purtroppo, ancora una volta, i decisori politici si dimostrano poco sensibili alle evidenze scientifiche e di buon senso e molto di più a sollecitazioni d’altra natura. Rimane il fatto che boschi e foreste meriterebbero tutto il nostro rispetto e la nostra tutela e non certo l’utilizzo distruttivo che se ne fa e sempre più se ne vorrebbe fare, che contribuisce a mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa della razza umana sulla Terra.

Per approfondire è possibile consulatre il Position Paper di ISDE-Italia sui cambiamenti climatici.

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