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Biodistretti verso il riconoscimento, la Regione avvia le consultazioni

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In preparazione la legge che stabilisce cosa sono e i requisiti che devono avere. Dovrà essere coltivata a biologico almeno il 30% della superficie agricola totale.

 

di Gabriella Congedo

E’ entrato nel vivo il percorso per il riconoscimento dei biodistretti da parte della Regione. Nella commissione Sviluppo Economico guidata da Gianni Anselmi (Pd) sono iniziate le consultazioni sulla proposta di legge che crea i distretti biologici come “sistema produttivo locale a spiccata vocazione agricola biologica che rispetta i criteri di sostenibilità ambientale, conservazione del suolo agricolo e tutela dell’agrobiodiversità”.

Durante la seduta di giovedì 11 aprile sono stati ascoltati i cosiddetti “portatori di interesse” che hanno presentato delle osservazioni sulla bozza di testo e suggerito modifiche. In particolare CGIL Toscana ha osservato che nella costruzione della disciplina si dovrà tener conto anche della formazione del personale; Coldiretti Toscana ha segnalato una criticità nel numero minimo di aziende agricole che possono partecipare al riconoscimento di distretto (al momento la previsione è di 3 imprese); da CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) è arrivata la richiesta di ampliare la platea dei partecipanti al tavolo tecnico regionale, magari prevedendo il coinvolgimento anche di associazioni e organizzazioni specializzate nel biologico; ANCI, infine, ha richiamato l’attenzione sulle potenzialità che potrebbe avere la legge per favorire lo sviluppo del territorio.

La legge, come recita la relazione introduttiva, ha lo scopo di “promuovere lo sviluppo della coltivazione, dell’allevamento, della trasformazione e della commercializzazione dei prodotti agricoli e alimentari biologici secondo il modello del distretto applicato a un territorio dove esiste un sistema produttivo locale a spiccata vocazione agricola biologica che ne permette lo sviluppo”.

L’agricoltura biologica è cresciuta, soprattutto in Toscana, negli ultimi anni sia in termini di superficie coltivata sia di numero di imprese. Le imprese biologiche hanno dimostrato di reggere meglio alle crisi economiche, sia per la multifunzionalità che le caratterizza sia perché minore è l’età media del titolare, spesso donna, sia per la vocazione all’innovazione e agli investimenti.

Il modello prevede un “patto” tra agricoltori, cittadini, operatori turistici, associazioni, imprese e pubbliche amministrazioni per la gestione sostenibile delle risorse locali, partendo dal modello biologico di produzione e consumo (filiera corta, gruppi di acquisto, mense pubbliche bio). Si fa una distinzione tra i soggetti che devono obbligatoriamente essere parti dell’accordo al fine del riconoscimento del distretto biologico: almeno tre imprenditori agricoli biologici e un terzo dei Comuni del territorio del distretto, e soggetti che possono aderire.

Tra i requisiti indispensabili per il riconoscimento del distretto biologico la superficie minima coltivata con metodo biologico, che dev’essere almeno il 30 per cento rispetto alla superficie agricola totale nel distretto. Si istituisce anche un tavolo tecnico regionale dei distretti biologici per il coordinamento e il monitoraggio delle attività.
La Toscana è la regione italiana con il maggior numero di bio distretti. Quelli nati finora sono sette: Chianti, San Gimignano, Montalbano, Casentino, Fiesole, Valdichiana Aretina e Garfagnana.

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