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Convivere con il lupo, la Toscana divisa tra tutela e abbattimenti

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Gli allevatori chiedono interventi più incisivi contro le predazioni, ambientalisti e animalisti difendono la specie e puntano sulla prevenzione.

 

di Gabriella Congedo
23 ottobre 2026

Il lupo è tornato a occupare stabilmente gran parte della Toscana ma la sua presenza continua ad alimentare un confronto acceso tra chi vive e lavora nelle campagne e chi considera la conservazione dei grandi carnivori una componente essenziale della tutela della biodiversità.

Da una parte ci sono gli allevatori, soprattutto quelli che gestiscono greggi al pascolo e devono fare i conti con le predazioni; dall’altra le associazioni ambientaliste e animaliste e buona parte del mondo scientifico che difendono il ruolo ecologico del lupo e chiedono che le decisioni siano basate su dati scientifici e interventi non letali.

Una presenza più estesa del predatore significa anche maggiori occasioni di incontro con le attività umane, comprese quelle situate in aree abitate o nelle vicinanze. Per affrontare le situazioni più problematiche nel 2021 la Regione Toscana ha istituito la Task Force Lupo con il compito di raccogliere le segnalazioni e favorire il dialogo tra istituzioni e territorio.

Gli ambientalisti: priorità alla prevenzione

Le associazioni ambientaliste e animaliste richiamano l’attenzione sul valore ecologico del lupo, predatore che contribuisce agli equilibri degli ecosistemi e alla regolazione delle popolazioni di ungulati selvatici. La sua presenza viene considerata anche un indicatore della capacità degli ambienti naturali di ospitare una fauna articolata.

Da questa prospettiva la priorità è prevenire gli attacchi agli allevamenti attraverso recinzioni adeguate, cani da guardiania, protezione notturna delle greggi e una gestione più attenta degli animali domestici e dei rifiuti che possono attirare la fauna selvatica.

Le associazioni sottolineano poi l’importanza di distinguere i problemi reali dalle paure alimentate da informazioni imprecise. La presenza di un lupo vicino a un centro abitato, per esempio, non significa che l’animale rappresenti un pericolo per le persone. Al tempo stesso gli incontri ravvicinati e i comportamenti anomali devono essere valutati con attenzione, evitando sia allarmismi sia sottovalutazioni.

Cosa chiedono gli allevatori

Per il mondo zootecnico il problema non si esaurisce nel valore economico degli animali uccisi. Un attacco può provocare ferimenti, perdita di capi, spese veterinarie, difficoltà nella gestione del gregge e un aumento del lavoro necessario per proteggere gli animali. Le conseguenze possono essere particolarmente pesanti per le aziende più piccole che praticano l’allevamento estensivo e hanno meno risorse da destinare alla prevenzione.

Le organizzazioni agricole chiedono quindi interventi tempestivi, risarcimenti adeguati, una migliore conoscenza della presenza dei branchi e strumenti di gestione capaci di ridurre le predazioni. Per gli allevatori la questione riguarda anche la possibilità di continuare a lavorare in territori dove il pascolo contribuisce a mantenere il paesaggio rurale e le produzioni agroalimentari locali. Senza contare, sottolineano, che gli indennizzi compensano in parte le perdite già avvenute ma non eliminano il rischio di nuovi attacchi né il peso organizzativo della sorveglianza quotidiana.

Il nodo delle misure di controllo

Il confronto si fa più complesso quando si passa dalla prevenzione alle eventuali misure di controllo. Una parte del mondo agricolo e venatorio ritiene necessario disporre di strumenti più incisivi per intervenire nei casi problematici; le organizzazioni contrarie agli abbattimenti chiedono invece che eventuali deroghe siano rigorosamente motivate, selettive e fondate su evidenze scientifiche.

La questione è diventata ancora più attuale dopo il cambiamento dello status internazionale del lupo, passato da specie «rigorosamente protetta» a «protetta» nell’ambito della Convenzione di Berna. Questo cambiamento amplia i margini per alcune forme di gestione ma non equivale a un’autorizzazione indiscriminata agli abbattimenti.

In questo nuovo scenario nel 2026 la Giunta regionale toscana ha dato il via libera all’iter per le rimozioni dei lupi problematici (previo parere obbligatorio dell’ISPRA) e ha istituito la figura degli Operatori Grandi Carnivori. Appositi corsi di formazione gestiti dalla Task Force Lupo regionale preparano i partecipanti al monitoraggio, ai sopralluoghi, alle attività di dissuasione e all’eventuale rimozione guidata. La priorità di accesso a questi corsi è stata data ad allevatori (ovi-caprini e bovini) e cacciatori abilitati al prelievo selettivo.

Uno dei punti più controversi riguarda la conoscenza effettiva della popolazione presente in Toscana. In questo contesto si inserisce Lupus Etruriae, progetto promosso da Coldiretti Toscana insieme a Federcaccia Toscana nell’ambito del Complemento per lo sviluppo rurale 2023-2027 della Regione. L’obiettivo è migliorare il monitoraggio attraverso foto-trappole e l’identificazione dei branchi con il supporto scientifico di università e altri soggetti coinvolti.

Il progetto ha però suscitato forti critiche da parte di attivisti, studiosi e associazioni ambientaliste, preoccupati dal ruolo affidato a organizzazioni agricole e venatorie in un’attività che dovrebbe garantire rigore scientifico e imparzialità (leggi qui l’articolo). La contestazione riguarda soprattutto la necessità di assicurare un coinvolgimento adeguato della comunità scientifica e degli organismi indipendenti. Anche il monitoraggio, che dovrebbe essere uno strumento condiviso, si è trasformato così in un ulteriore terreno di scontro.

La Regione tra prevenzione e indennizzi

La Regione Toscana ha affiancato agli strumenti di prevenzione un sistema di sostegno economico alle aziende colpite. Per il 2026 è stato approvato un bando con una dotazione complessiva di 500 mila euro per riconoscere i danni diretti da predazione e le spese veterinarie documentate per gli animali feriti. Il provvedimento richiede che l’azienda abbia adottato almeno una misura preventiva come recinzioni di sicurezza, strutture di ricovero o cani da guardiania.

La strategia comprende anche contributi per favorire la convivenza con i grandi carnivori e mantenere l’attività zootecnica nelle aree di pascolo. Tra le misure considerate figurano la custodia degli animali, le recinzioni e le tecniche di gestione che riducono le occasioni di contatto con i predatori.

Sono strumenti importanti ma la loro efficacia dipende dalla possibilità di applicarli concretamente nelle diverse realtà agricole. Per questo, oltre ai fondi, servirebbero assistenza tecnica, procedure semplici e tempi certi per la valutazione dei danni.

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Foreste Casentinesi: quando la coesistenza tra lupi e pastori fa scuola in Italia

La convivenza tra lupo e pastori nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi è considerata un modello virtuoso a livello nazionale, dove la presenza storica del predatore – che si mantiene stabile da decenni – viene gestita attraverso una collaborazione concreta tra Ente parco, istituzioni e allevatori. I fattori chiave che rendono possibile questa coesistenza si basano su interventi pratici e progetti comunitari:

  • Cani da guardiania e recinzioni: il Parco fornisce un supporto mirato agli allevatori attraverso strumenti di prevenzione efficaci. L’impiego assistito di cani da guardiania (come il Pastore Maremmano Abruzzese) e l’installazione di recinzioni elettrificate hanno dimostrato di poter quasi azzerare le predazioni se gestiti correttamente.
  • Progetti europei e monitoraggio: attraverso iniziative come Life Wolfnet e l’attuale LIFE ShepForBio i pastori vengono messi al centro della conservazione della biodiversità. Il progetto riconosce il ruolo della pastorizia nel mantenere gli habitat delle praterie montane e offre supporto tecnico ed economico per mitigare l’impatto dei grandi predatori.
  • Formazione: l’Ente Parco promuove scuole e corsi di formazione per agevolare il ricambio generazionale nella pastorizia focalizzandosi sull’educazione alla difesa del bestiame e sulla conciliazione tra le esigenze economiche e la tutela della fauna selvatica.

Non si tratta di una convivenza priva di sforzi ma di un equilibrio che richiede risorse continue, tempo e una costante assistenza istituzionale per non lasciare soli gli allevatori da soli.

Alla ricerca di un equilibrio

La gestione del lupo in Toscana non è soltanto una questione di conservazione della fauna. Coinvolge il futuro della pastorizia, la tenuta economica delle aziende, la qualità del paesaggio rurale e il rapporto tra le comunità e gli ambienti naturali.
Chiedere agli allevatori di convivere con il predatore senza garantire strumenti adeguati e sostegni concreti rischia di alimentare sfiducia e opposizione. Allo stesso tempo considerare gli abbattimenti una risposta automatica alle difficoltà non risolve necessariamente le cause dei conflitti e può entrare in contrasto con gli obiettivi di conservazione.

La sfida per la Toscana è dunque costruire una strategia fondata su dati affidabili, prevenzione, compensazioni economiche e procedure chiare per affrontare i casi più difficili. Una strategia che sappia riconoscere le difficoltà di chi lavora quotidianamente nelle campagne senza rinunciare alla tutela della biodiversità.

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