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Biologico in Toscana, spunti interessanti da un incontro Cia a Firenze

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La sfida non è crescere di più ma distribuire meglio il valore: “Più reddito alle imprese, meno burocrazia e più attenzione a filiera e consumatori”.

 

Redazione
21 febbraio 2026

FIRENZE – In Toscana la Confederazione Italiana Agricoltori (Cia Toscana) lavora sul biologico come organismo di rappresentanza e supporto tecnico-professionale promuovendo la conoscenza delle pratiche biologiche, sostenendo la certificazione e migliorando condizioni e opportunità per le aziende associate, oltre a partecipare attivamente a progetti di sviluppo e innovazione. Circa il 19 % delle associate a Cia operano nel biologico.

Durante un incontro transfrontaliero dedicato a sostenibilità, produzioni certificate e biologiche, coordinato da Cia qualche giorno fa a Firenze, è emerso che la sfida dell’agricoltura biologica toscana non è crescere di più ma distribuire meglio il valore. Sembra essere questo, in sintesi, il futuro del biologico in Toscana, regione al vertice nazionale come superficie agricola biologica (con il 36,5% della SAU contro il 20,2% nazionale), 237mila ettari a biologico, oltre 7.600 operatori biologici (2mila della Cia), con 12 distretti biologici, un sostegno economico tramite del CSR Toscana 2023-2027 con 231 milioni di euro stanziati e finanziamenti specifici da 360mila euro per le mense scolastiche.

“E’ necessario portare reddito alle imprese che praticano questo tipo di agricoltura – ha affermato Claudio Capecchi, vicepresidente Cia Toscana – e snellire la burocrazia. Dobbiamo riuscire a comunicare ai consumatori i valori che stanno intorno al biologico, che non sono soltanto quelli della sicurezza alimentare ma anche di tutti i servizi sistemici che l’agricoltura bio è in grado di dare”. 

La composizione del biologico in Toscana vede le coltivazioni permanenti (vite e olivo) con il 29.9%, quindi le coltivazioni erbacee (24,9%) e prato pascolo (24,7%). Fra le principali coltivazioni, dopo anni di crescita, è ora stabile da circa quattro anni la vite, in calo l’olivo dal 2023. In calo netto il grano duro e il grano tenero, ma con un trend più altalenante.

Le aziende biologiche in Toscana sono mediamente più giovani (56 anni di media contro i 63 dell’agricoltura convenzionale) – ha spiegato Sara Turchetti, ricercatrice Irpet – con il 35% condotto da donne. Il tasso di mortalità aziendale è più basso (46,8% delle biologiche a fronte del 60% totale). L’incidenza delle società è molto maggiore rispetto alle altre (30% contro l’8%). In media la dimensione delle superfici coltivate è più elevata: 35 ettari a fronte dei 10 ettari delle convenzionali”.

La ricercatrice ha sottolineato poi come la sottomisura 11.1 introduzione dell’agricoltura biologica (annualità 2015) ha mostrato che l’83,7% dei beneficiari è ancora operativo e il 77,9% delle aziende ha mantenuto il biologico. La misura ha prevalentemente intercettato imprese con un’elevata probabilità di sopravvivenza anche senza incentivo, accompagnandole verso l’obiettivo di transizione al biologico: “La conversione al biologico ha consentito di attivare traiettorie stabili e di aumentare, a livello aggregato, la superficie biologica. La criticità principale riguarda la bassa redditività strutturale, non il rischio di abbandono del metodo biologico. Diventa quindi prioritario ricollocare gradualmente le risorse verso strumenti capaci di incidere sulla valorizzazione del prodotto e sull’integrazione di filiera”.

Daniele Vergamini, ricercatore Università di Pisa, ha ricordato come la sfida non sia crescere di più ma distribuire meglio il valore: “La crescita del mercato è positiva ma più lenta, abbiamo una domanda matura, maggiore sensibilità del prezzo. Le pressioni sui costi di produzione comprendono energia, lavoro, certificazione, rischio di compressione dei margini. Il valore passa da filiera e organizzazione, differenziazione reale (non solo bio), integrazione con politiche e strumenti pubblici”.

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