Rifiuti e riciclo

Toscana, ampliamento degli inceneritori: quanto serve davvero?

inceneritori-riduzione-riciclo-rifiuti-Toscana-ecologista-ambiente

Dietro la parola “autosufficienza” sta prendendo forma una strategia in contrasto con gli obiettivi di riduzione e riciclo del Piano regionale.

 

di Marcello Bartoli
10 settembre 2026

POGGIBONSI (Si) – L’inceneritore dei Foci non può più essere analizzato come una questione soltanto poggibonsese. Per capire cosa significhi portarlo dalle attuali 70mila a 110mila tonnellate annue bisogna guardare contemporaneamente ad Arezzo, Montale e soprattutto a Peccioli. Perché nell’arco di pochi mesi la Toscana sta componendo, pezzo dopo pezzo, un nuovo sistema di trattamento termico dei rifiuti.

Ed è proprio la somma delle decisioni a sollevare la domanda: se prevenzione, raccolta differenziata e riciclo raggiungeranno davvero gli obiettivi del Piano regionale dell’economia circolare ci saranno abbastanza rifiuti non riciclabili per alimentare tutti questi impianti?

A Poggibonsi Sienambiente chiede una nuova linea che farebbe crescere la capacità dei Foci del 57%, da 70 mila a 110 mila tonnellate. Rifondazione Comunista contesta l’operazione ricordando che lo stesso fabbisogno di incenerimento assunto nella documentazione sarebbe di circa 189 mila tonnellate per l’intero ATO Toscana Sud, mentre la capacità già autorizzata fra Poggibonsi e Arezzo arriva a circa 190 mila. Con Foci ampliato si salirebbe a 230mila tonnellate.

E Arezzo non è un dato teorico. A San Zeno la Regione ha già autorizzato il mantenimento della vecchia linea L45 insieme alla nuova L75: potenzialmente 120 mila tonnellate all’anno. Nei documenti regionali l’operazione viene motivata anche con la necessità di assicurare entro il 2030 l’autosufficienza dell’Ato Toscana Sud nella chiusura del ciclo. Nel 2026 sono già in corso i lavori per mettere in esercizio la nuova linea da 75mila tonnellate.

Dunque la questione posta da Rifondazione assume un peso maggiore: perché aggiungere altre 40 mila tonnellate a Poggibonsi dopo avere portato San Zeno a 120 mila?

Montale: un altro raddoppio

Nella Toscana centrale sta maturando una scelta sorprendentemente simile. Il 23 luglio l’assemblea dell’Ato Toscana Centro ha scelto lo scenario che prevede un nuovo impianto nell’area dell’attuale inceneritore di Montale con capacità fino a 100 mila tonnellate annue, circa il doppio dell’attuale potenzialità. La decisione è stata approvata a larga maggioranza e dovrà entrare nell’aggiornamento del Piano d’ambito. L’attuale impianto dovrebbe essere dismesso e sostituito da quello nuovo.

La motivazione è comprensibile: Ato Centro non è autosufficiente. La stessa Regione riconosce che la capacità termica di Montale — circa 23 mila tonnellate di CSS e 24 mila di rifiuto urbano indifferenziato — non basta e che l’ambito continua a dipendere da impianti esterni e da accordi con altri territori.

Ma anche qui compare il problema del tempo: un impianto costruito oggi dovrà funzionare economicamente per venti o trent’anni mentre nello stesso periodo il rifiuto residuo dovrebbe diminuire.

Peccioli cambia ancora la scala del problema

Il tassello più recente è arrivato il 7 settembre 2026. La Giunta regionale ha dichiarato la compatibilità ambientale dell’ossicombustore di Legoli, a Peccioli, dando il via libera politico decisivo al progetto. Non si tratta di un inceneritore tradizionale. Il progetto utilizza una tecnologia di ossidazione termica flameless in pressione, con ossigeno, e punta a recuperare energia e materiali. Secondo i documenti di Belvedere le due linee potranno trattare fino a 177 mila tonnellate annue di rifiuti solidi e 75 mila tonnellate di percolati, producendo fra l’altro materiale vetroso, energia, acqua recuperata e CO₂ catturata.

Il presidente Eugenio Giani presenta Peccioli come lo strumento capace di ridurre discariche, trasferimenti fuori regione e dipendenza dagli inceneritori tradizionali, fino a garantire l’autosufficienza toscana. Ma proprio Peccioli rende inevitabile una valutazione complessiva.

Se si sommano, con tutte le cautele necessarie perché trattano flussi e territori diversi, le capacità previste di Foci (110 mila), San Zeno (120 mila), Montale (100 mila) e Peccioli (177 mila) si supera la soglia delle 500 mila tonnellate annue di trattamento termico o termo-ossidativo potenziale. Non significa che mezzo milione di tonnellate di rifiuti urbani sarà necessariamente bruciato: Peccioli tratta anche tipologie differenti e i quattro impianti appartengono ad ambiti diversi. Ma il numero dà la dimensione della scelta infrastrutturale che sta maturando.

Il paradosso del Piano regionale

Il Piano Regionale dell’Economia Circolare (PREC) dice altro: 75% di raccolta differenziata e 65% di riciclo già nel 2028, con ulteriore crescita verso il 2035. La gerarchia europea impone inoltre di privilegiare prevenzione, preparazione per il riuso e riciclo prima del recupero energetico. È quindi legittimo chiedersi se la Toscana non stia dimensionando oggi la parte terminale del ciclo sulla quantità di rifiuti che produce prima di avere realizzato pienamente l’economia circolare.

Nel solo Ato Toscana Sud il ragionamento è particolarmente evidente. Nel 2024 il residuo indifferenziato era circa 202 mila tonnellate. Con il 75% di raccolta differenziata, mantenendo perfino invariata la produzione totale di rifiuti, il Rifiuto Urbano Residuo (RUR) raccolto direttamente scenderebbe teoricamente nell’ordine delle 130 mila tonnellate. A queste vanno naturalmente aggiunti gli scarti prodotti dagli impianti di selezione e riciclaggio mentre vanno sottratti i flussi recuperabili con altre tecnologie.

È dunque improprio sostenere che tutto il “non riciclato” finisca automaticamente in un forno. Ed è forse questo il punto che dovrebbe essere chiarito prima di autorizzare Foci.

Le ragioni della Regione

Guardando contemporaneamente ai quattro progetti la strategia regionale appare più leggibile. La prima motivazione è ridurre drasticamente le discariche. La seconda è raggiungere l’autosufficienza impiantistica, evitando che i rifiuti viaggino fra ATO o verso altre regioni. La terza è garantire una ridondanza degli impianti, così che manutenzioni o guasti non provochino emergenze. La quarta è economica: diminuire i costi di trasporto e trattamento esterno e recuperare energia o materia dai residui.

Esiste però una quinta possibile motivazione, mai dichiarata in questi termini ma che emerge dall’insieme delle scelte: costruire capacità sufficiente anche nel caso in cui gli obiettivi di riduzione, differenziata e riciclo non vengano raggiunti. È una forma di assicurazione impiantistica. Ma può trasformarsi in una trappola.

Più si investono centinaia di milioni in impianti che hanno bisogno di determinate quantità di rifiuti per ammortizzare i costi più diventa difficile ridurre quelle quantità senza creare sovracapacità e costi inutilizzati. Ed è precisamente il rischio di lock-in sul quale anche la Commissione europea ha richiamato l’attenzione nelle politiche sull’economia circolare.

Peccioli rappresenta, almeno nelle intenzioni, un tentativo di trasformare una parte maggiore del residuo in materia oltre che in energia. Montale viene progettato per risolvere il deficit strutturale della Toscana centrale. San Zeno viene potenziato per rendere autosufficiente il Sud.

Ma allora a cosa servono le ulteriori 40 mila tonnellate dei Foci? Questa è oggi la domanda decisiva. La Regione dovrebbe pubblicare un bilancio regionale dei flussi al 2028, 2030 e 2035, indicando per ogni Ato quante tonnellate saranno prodotte, quante prevenute, quante riciclate, quanti scarti deriveranno dal riciclo, quante finiranno in discarica e quante dovranno realmente essere trattate termicamente.

Solo dopo sarebbe possibile stabilire se Poggibonsi abbia davvero bisogno di un impianto da 110 mila tonnellate. Altrimenti si rischia un cortocircuito difficile da spiegare: promettere ai cittadini una Toscana che produrrà sempre meno rifiuti residui e, nello stesso momento, costruire impianti sempre più grandi per trattarli.

Tags