Bioarchitettura

La bioarchitettura è una sfida, a che punto siamo in Toscana?

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Le norme sono spesso contraddittorie, farraginose, poco aderenti alla realtà e il più delle volte arrivano tardi quando il mondo è già cambiato.

 

di Egidio Raimondi
17 agosto 2026

La Toscana, proprio perché terra di eccellenza e di bellezza, ha saputo creare valori inestimabili, spesso tutelati dall’Unesco, tra cui il paesaggio, che “non si sa se fatto dai pittori o dai contadini” come amava dire Indro Montanelli, dovrebbe porsi come luogo di sperimentazione dell’integrazione tra ambiente e paesaggio sia per quanto riguarda l’inserimento delle rinnovabili che per la gestione dei boschi e delle filiere produttive bosco-legno-energia ed edilizia, con tutti i servizi ecosistemici connessi.

Si tratta di cogliere la sfida di rivitalizzare le aree interne, riportandovi le persone e le attività e fermando la fuga dei pochi rimasti, creare economie di filiera, anche nell’agroalimentare e nel turismo dolce, proseguendo una tendenza che ha già visto un’importante inversione negli ultimi anni con un incremento di coloro che hanno scelto di vivere nei borghi.

Come si percepisce da queste brevi note, la bioarchitettura non si riduce a un insieme di tecnologie, sistemi costruttivi, materiali particolari o altro ma presuppone un diverso paradigma di pensiero basato su un approccio olistico, dal generale al particolare, alla ricerca dell’equilibrio armonico tra ambiente naturale, ambiente costruito ed esseri viventi.

Occorre una vera conversione ecologica, nei termini indicati dall’enciclica Laudato si, che conduca da un approccio antropocentrico a un mondo in cui l’uomo torni, pari tra i pari, tra gli esseri viventi e in relazione costante e proficua con essi, abbandonando l’atteggiamento predatorio che ha avuto negli ultimi secoli.

In qualche modo si tratta di diventare una sorta di Giano bifronte, per guardare indietro e andare avanti ispirandosi ai materiali e alle tecniche antiche ma attualizzandole grazie alle nuove conoscenze di cui disponiamo oggi. Quando dico antico mi riferisco all’epoca fino al secondo dopoguerra, e cioè prima che l’avvento del petrolio portasse sul mercato una serie di materiali sintetici, non solo in edilizia.

Si pensi alle plastiche, alle fibre tessili come il nylon o ai concimi chimici per l’agricoltura. Questi, associati alla necessità di ricostruire dopo la guerra e ampliare le città con nuovi quartieri che potessero accogliere i flussi dalle campagne e dal Sud Italia, ha portato a un patrimonio edilizio di bassa qualità che io definisco “convenzionale”, proprio per distinguerlo dal “tradizionale”, di cui salvo molte soluzioni sia tipologiche sia tecniche sia materiche.

Per citare l’amico Maurizio Pallante, è il momento di rendere economicamente sostenibile l’ecologia, mentre fino ad ora si è fatto il contrario, cercando di rendere ecologica l’economia. E così si è aperta la strada al greenwashing e a quelli che io chiamo gli ecofurbi.

Siamo tutti chiamati ad agire, ciascuno secondo le proprie competenze e il proprio ruolo nella società, facendo la propria parte senza ricorrere ad alibi di sorta, come quello delle norme. Io sono convinto che la vera ecologia, quella profonda, si ottenga per cultura e non per legge. Le norme sono spesso contraddittorie, farraginose, poco aderenti alla realtà; il più delle volte arrivano tardive, quando il mondo è già cambiato. Con questo non voglio dire che non servano, non voglio istigare all’anarchia, ma abbiamo numerosi esempi del fatto che la politica e l’amministrazione non riescano a stare al passo con i tempi.

Un esempio per tutti riguarda proprio la Toscana che, nel 2005, ha approvato le linee guida per l’edilizia sostenibile come strumento tecnico della legge regionale sul governo del territorio. Si tratta di un sistema di autovalutazione a punteggio della sostenibilità degli edifici basato sul protocollo Itaca che, a sua volta, deriva dal sistema internazionale Green Building Challenge (GBC).

Con il protocollo vengono valutati diversi aspetti della sostenibilità cercando di renderli oggettivi e misurabili, ed è possibile attribuire a ciascun aspetto un peso diverso a seconda del territorio in cui si opera. A titolo di esempio, ed estremizzando, se sono in una zona con abbondanza di acqua non ottengo un punteggio alto se la risparmio, mentre se sono in una zona arida sì. Allo stesso modo viene premiato colui che riesce a sfruttare l’energia solare in una zona meno esposta al sole. Le pesature differenziate possono essere attribuite dai vari Comuni all’atto del recepimento delle linee guida che, diversamente, mantengono i pesi stabiliti dalla Regione.

Ebbene, nel 2019 questo strumento è stato completamente revisionato e aggiornato ma purtroppo non è mai stato approvato, con il risultato che, se un cittadino volesse costruire in modo sostenibile, dovrebbe seguire lo strumento del 2005 per valutare il suo progetto e la sua realizzazione. E sappiamo bene cosa significa essere vecchio di vent’anni per uno strumento che tratta di innovazione e cambiamento di prospettiva rispetto al passato convenzionale.

Torniamo quindi alla domanda insita nel titolo, e cioè: a che punto siamo in Toscana? Siamo ai “lavori in corso”, con una serie di norme da varare e tanto lavoro culturale da fare, anche attraverso giornali come questo, che ringrazio per lo spazio concessomi. Avremo modo di approfondire in altri articoli che tratteranno temi più specifici tra quelli accennati in questa panoramica.

Egidio Raimondi è specializzato in bioarchitettura dal 1992. Svolge la libera professione, è docente e divulgatore e sostiene l’edilizia green attraverso consulenze e progetti. Negli anni ha stretto proficue relazioni e strategiche sinergie con esponenti del mondo della cultura, delle istituzioni, della ricerca scientifica, in ambito nazionale e internazionale, uniti dall’obiettivo comune di promuovere l’ambientalismo del fare applicato all’urbanistica e all’architettura. Per contatti: er4953@gmail.com

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