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Globalizzazione, Ateneo di Firenze: “Il conto ambientale spinge ad accorciare le filiere”

L'economista Giorgia Giovannetti
L'economista Giorgia Giovannetti

Merci che attraversano continenti, produzioni frammentate e dipendenza da fornitori lontani hanno aumentato vulnerabilità ed emissioni.

 

Redazione
3 ottobre 2026

FIRENZE – La globalizzazione delle produzioni ha ridotto i costi ma ha allungato le filiere, moltiplicato i trasporti e aumentato la dipendenza da fornitori collocati a migliaia di chilometri di distanza. Oggi crisi climatica, guerre e instabilità geopolitica stanno mostrando con sempre maggiore evidenza il prezzo ambientale e strategico di questo modello.

È uno dei temi al centro dell’analisi di Giorgia Giovannetti dell’Università di Firenze, dedicata all’evoluzione delle catene globali del valore. Per decenni la produzione mondiale è stata spezzettata tra continenti diversi: materie prime estratte in un Paese, componenti lavorati in un altro, assemblaggio effettuato altrove e prodotto finale trasportato ancora una volta verso i mercati di consumo.

Un sistema che ha favorito l’espansione del commercio internazionale ma che porta con sé un pesante costo ambientale. Navi, camion e aerei continuano a sostenere flussi di merci sempre più complessi, mentre ogni passaggio aggiuntivo significa consumo di energia, emissioni e maggiore esposizione alle interruzioni logistiche.

La crisi climatica rende questa architettura ancora più fragile. Alluvioni, siccità, ondate di calore e fenomeni estremi possono bloccare porti, infrastrutture e produzioni, propagando gli effetti da un continente all’altro.

Le tensioni geopolitiche hanno completato il quadro spingendo molte imprese verso il nearshoring, ovvero l’avvicinamento della produzione ai mercati finali e verso la diversificazione degli approvvigionamenti. Non tutto, però, può essere rilocalizzato. Microchip, batterie e tecnologie strategiche dipendono ancora da materie prime e competenze concentrate in poche aree del pianeta.

La questione non è quindi chiudere il commercio internazionale ma cambiarne logica e priorità. Ridurre le distanze quando possibile, rafforzare le produzioni territoriali, evitare trasporti inutili e costruire filiere meno dipendenti da un solo Paese significa ridurre insieme emissioni e vulnerabilità.
La transizione ecologica passa anche da qui: non soltanto produrre energia in modo più pulito ma ripensare dove, come e quanto lontano produciamo ciò che consumiamo.