Oltre la siepe - di Sandro Angiolini

L’onda reazionaria contro l’ambiente, quando la ricerca del profitto cancella i controlli

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Si allarga il fronte di chi vuole “alleggerire” le regole sulle emissioni in nome della competitività. Ma ignorare la crisi climatica è un pericoloso boomerang. 

 

di Sandro Angiolini
18 ottobre 2026

In questi giorni i media sono spesso occupati a seguire le varie manifestazioni che giovani di mezza Europa stanno organizzando per protestare contro l’aumento delle spese militari, l’impossibilità di trovare affitti decenti, i tagli alla scuola pubblica. Sta passando però quasi inosservato che molti di loro scendono in piazza anche contro lo scarso impegno dei governi contro il riscaldamento climatico, di cui proprio i giovani (se non cambiano le cose) subiranno le peggiori conseguenze. Mi ha colpito uno slogan spesso utilizzato: “Sulle nostre vite vogliamo avere voce”. Parole sacrosante.

A questo riguardo voglio concentrarmi su una notizia di recente uscita sul sito del quotidiano inglese The Guardian. Vi si cita il fatto che i leader di due partiti di centro-destra australiani abbiano richiesto di eliminare la legge che impegna le società energetiche a dichiarare i livelli di emissioni nell’atmosfera che le loro attività generano.

Questo mi ha ricordato che, pochi giorni fa, il presidente di Confindustria italiano ha proposto di “alleggerire” gli oneri che il sistema europeo ETS richiede ad alcuni settori di imprese. La solfa è la solita: i controlli costano e quindi le imprese si trovano svantaggiate rispetto alla concorrenza di quelle situate in Paesi extra-UE.

ETS sta per Emission Trading System ed è un sistema in vigore in Europa dal 2005. In pratica significa che le imprese più inquinanti e maggiormente consumatrici di energia debbono misurare i loro livelli di emissione, stare sotto certi tetti, e se non ce la fanno “acquistare” da altre imprese ambientalmente più efficienti dei diritti di emissione. Dato che questo ha un costo, nel tempo hanno la convenienza a diventare anche loro più efficienti in termini di consumi di energia e di riduzione delle emissioni. Nel complesso ciò ha permesso alla UE in questi ultimi 20 anni di diminuire i consumi energetici a parità di beni e servizi prodotti: un buon risultato.

Ora, invece di continuare su questa strada e cercare di ridurre la tendenza al cambiamento climatico (anche per salvaguardare la nostra salute) qualcuno vuole convincerci che iniziative del genere non servono a niente e che prima di tutto conta il profitto; se questa è l’evoluzione della specie Homo sapiens tanto vale tornare a quello di Neanderthal. Ci sono infatti due elementi che sembrano sfuggire ai leader che ho citato sopra ma che vale la pena evidenziare:

– spesso è proprio l’adozione di tecnologie e di processi produttivi più “risparmiosi” nell’uso delle risorse che consente alle imprese di tagliare i costi;

– se noi smettiamo di fare controlli seri sullo stato dell’ambiente come potremo chiedere (ad esempio nell’ambito di accordi commerciali) poi ai Paesi extra-UE di adottare misure analoghe? Ricordo che dal gennaio 2026 la UE ha attivato il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), ossia il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. In sostanza: se tu grossa impresa cinese produci un bene consumando più energia della media europea devi pagare un costo addizionale equivalente a tale differenza (misurato guarda caso proprio dall’ETS) per venderlo in Europa. E quindi dovrai nel tempo adeguarti agli standard UE.

In conclusione: le ottimistiche “scorciatoie” promesse da chi critica le misure e le politiche di monitoraggio e di tutela ambientale per risollevare le sorti dell’industria italiana ed europea non mi convincono. Al riguardo consiglio piuttosto a chi lavora nel settore di andarsi a leggere le analisi contenute nel recente rapporto dell’Osservatorio delle Imprese dell’Università La Sapienza di Roma (“10 ritardi da colmare in Italia per competere nel mondo”). Altro che slogan.

OLTRE LA SIEPE è una rubrica settimanale che parte da eventi/notizie relative all’ambiente e all’economia su scala nazionale o internazionale per riflettere su come queste possono impattare sulla scala locale e regionale toscana.
Sandro Angiolini – Figlio di mezzadri, è agronomo ed economista e ha conseguito un Master in Politiche Ambientali presso l’Università di Londra (Wye-Imperial College). Ha scritto numerosi articoli sui temi dello sviluppo rurale e sostenibile e tre libri sull’agriturismo in Toscana. Per 29 anni funzionario presso amministrazioni pubbliche, svolge attualmente attività di consulente economico-ambientale e per lo sviluppo rurale integrato, in Italia e all’estero, oltre a varie iniziative formative e di comunicazione. È fortemente impegnato nel settore del volontariato ambientale e culturale.

È di recente uscito il suo libro “Comunicare meglio-istruzioni per l’uso”, un manuale divulgativo sulle tecniche di comunicazione rivolto ai non addetti ai lavori.
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