Con l’ordinanza 24015/2026 la Suprema Corte rimette al centro precauzione, diritto alla scelta consapevole e riduzione dell’esposizione.
Redazione
26 agosto 2026
AREZZO – Una sentenza destinata a pesare nel dibattito sui telefoni cellulari e sui possibili rischi legati all’esposizione alle radiofrequenze. Con l’ordinanza n. 24015: 2026, pubblicata il 24 luglio, la Terza sezione civile della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di Monica Briganti contro Apple Distribution International Ltd., annullando la precedente decisione della Corte d’Appello di Bologna e rinviando la causa allo stesso tribunale di secondo grado, in diversa composizione.
Al centro della controversia vi è un tema sul quale ISDE Associazione Medici per l’Ambiente, con sede ad Arezzo, richiama da tempo l’attenzione: la necessità di adottare un approccio precauzionale nei confronti dell’esposizione alle radiofrequenze e di garantire ai cittadini informazioni adeguate sulle modalità di utilizzo dei telefoni cellulari che consentano di ridurre l’esposizione.
Il punto centrale non è, però, l’accertamento che i cellulari provochino determinate patologie. La Cassazione affronta soprattutto un’altra questione: quali obblighi informativi gravino sul produttore quando esiste un rischio scientificamente plausibile ma non definitivamente accertato.
Secondo la Suprema Corte, la conformità del dispositivo agli standard tecnici e la marcatura CE non esauriscono automaticamente gli obblighi di sicurezza. L’incertezza scientifica, anzi, non può essere utilizzata per giustificare l’assenza di informazioni: può rappresentare invece il presupposto per adottare comportamenti preventivi a tutela del consumatore.
Particolare rilievo assume il principio as low as reasonably achievable: l’esposizione a un fattore potenzialmente nocivo dovrebbe essere mantenuta al livello più basso ragionevolmente possibile. Applicato ai cellulari, significa mettere l’utente nelle condizioni di conoscere modalità d’uso che possano diminuire l’esposizione, ad esempio aumentando la distanza dal corpo o modificando le condizioni di utilizzo. La Corte osserva che obblighi cautelari possono sorgere anche in presenza di studi preliminari o evidenze epidemiologiche ancora incomplete.
C’è poi il tema dell’autodeterminazione del consumatore. Briganti sostiene che, se adeguatamente informato, avrebbe limitato l’uso prolungato del cellulare, utilizzato maggiormente vivavoce o auricolari, evitato di tenerlo vicino al corpo durante la notte e adottato maggiori cautele in presenza dei figli. Sarà ora la Corte d’Appello a stabilire se l’omissione informativa abbia concretamente condizionato queste scelte e se sussistano i presupposti per un risarcimento.
La pronuncia apre inoltre alla possibilità di strumenti preventivi, come avvertenze più esplicite, notifiche digitali sull’uso prolungato o accessori capaci di favorire modalità di utilizzo a minore esposizione.
È però essenziale evitare interpretazioni eccessive: la Cassazione non ha stabilito che i cellulari causino tumori, non ha condannato Apple al risarcimento e non le ha imposto nuove etichette. Ha affermato un principio diverso ma significativo: quando la salute è coinvolta l’incertezza scientifica non cancella necessariamente il dovere di informare e prevenire.



















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