Più specie cacciabili, richiami vivi, nuovi enti regionali a scapito dell’Ispra. Così la nuova legge venatoria dimentica l’equilibrio della natura.
di Sandro Angiolini
21 giugno 2026
Quella che sto per commentare non è un’unica notizia ma una serie di eventi legati alla discussione della proposta di riforma della legge sulla caccia in discussione al Senato. Come capite bene si tratta di un tema assai spinoso, oggetto, in passato, anche di un paio di referendum abrogativi (1990 e 1997, in entrambi i casi non fu raggiunto il quorum del 51% necessario).
Personalmente non ho mai cacciato, ma provengo da una galassia familiare di origine contadina dove alcuni parenti lo facevano (e lo fanno tuttora), quindi non sono proprio digiuno del tema. Per come la vedo io, anche se seguire la fitta serie di proposte/emendamenti/repliche è difficilissimo, la proposta di legge non va bene. Ecco perché:
– il titolo della riforma recita “Modifiche alla legge 11 febbraio 1992, n. 157, recante norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio” ma scorrendo le sue pagine non si trova alcunché riferito alla prima finalità. In pratica è tutta concentrata sulla gestione della caccia;
– si facilita l’uso di richiami vivi (leggi uccelli in gabbia) per attirare e cacciare animali selvatici;
– non è chiaro se si potrà estendere la durata della stagione venatoria oltre il limite attuale del 10 febbraio. Il testo che ho letto parla di “eventuale estensione del periodo venatorio”, quindi parrebbe di sì;
– c’è un ampio allargamento dei soggetti che potranno cacciare la fauna selvatica (leggi soprattutto cinghiali): imprenditori agricoli dei terreni dove si caccia (fin qui nulla da obbiettare) e poi (testuale) “delle guardie private [omissis] nonché del personale dei corpi e servizi di polizia locale in servizio, con l’eventuale supporto, in termini tecnici e di coordinamento, del personale del Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri». Tutto questo oltre alle tradizionali squadre di cacciatori e a quelli selezionati tramite appositi corsi. Ci vorranno dei manager molto esperti per coordinare tutta questa gente…
– la caccia diventa ufficialmente “attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi”. Di conseguenza aumenta il numero delle specie di animali cacciabili – ad esempio sparisce il riferimento al lupo dall’elenco delle specie di fauna selvatica tutelate – e aumentano le aree di caccia consentite, come spiagge e alcune aree finora protette.
Di tutto ciò di cui l’Italia avrebbe bisogno in questo periodo storico non mi sembra che le norme sopra esposte rappresentino una priorità. Mi preoccupano, a monte, soprattutto due cose:
– la riforma aggiunge un altro “anello burocratico” nel sistema, cioè gli Istituti regionali per la fauna selvatica. Che di fatto sostituiranno l’ISPRA (Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che finora dava i pareri sugli aspetti più critici dell’attività venatoria. È un vecchio giochino assai noto: 1) prima si indebolisce l’azione di un organismo indipendente togliendogli fondi e personale, così funziona peggio; 2) dopo ci si lamenta e si “semplifica” il quadro normativo creando nuovi enti dove le nomine si possono fare con maggiore discrezione.
– ho letto che viene previsto anche un “ristoro”- modestissimo – ai cacciatori per le tasse che pagano ogni anno per cacciare. I quali hanno replicato che anche le associazioni ambientaliste ricevono soldi pubblici. Vero, ma c’è un piccolo particolare: le finalità di tutela della biodiversità e dell’ambiente le sancisce l’art.9 della nostra Costituzione (e svariate norme dell’Unione Europea). Il diritto alla caccia poco controllata invece non lo prevede alcuna legge.
A tutti (cacciatori e non) consiglio perciò di leggere il bel libro di Aldo Leopold “Pensare come una montagna”, scritto negli anni Quaranta. Leopold era un forestale di formazione con una grande conoscenza dei territori e delle norme per il loro governo (per cui lavorò). Era anche un’ecologista – cacciatore secondo cui quello che contava per un Uomo era soprattutto entrare in contatto intimo e profondo con la Natura. Pensare di eradicare un singolo problema (vegetale o animale) senza tenere conto dell’equilibrio complessivo di un determinato ecosistema era per lui una follia. Quello che invece mi sembra si voglia fare oggi in Italia.
OLTRE LA SIEPE è una rubrica settimanale che parte da eventi/notizie relative all’ambiente e all’economia su scala nazionale o internazionale per riflettere su come queste possono impattare sulla scala locale e regionale toscana.
Sandro Angiolini – Figlio di mezzadri, è agronomo ed economista e ha conseguito un Master in Politiche Ambientali presso l’Università di Londra (Wye-Imperial College). Ha scritto numerosi articoli sui temi dello sviluppo rurale e sostenibile e tre libri sull’agriturismo in Toscana. Per 29 anni funzionario presso amministrazioni pubbliche, svolge attualmente attività di consulente economico-ambientale e per lo sviluppo rurale integrato, in Italia e all’estero, oltre a varie iniziative formative e di comunicazione. È fortemente impegnato nel settore del volontariato ambientale e culturale.
È di recente uscito il suo libro “Comunicare meglio-istruzioni per l’uso”, un manuale divulgativo sulle tecniche di comunicazione rivolto ai non addetti ai lavori.
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Siamo stanchi dei laidi cacciatori, incapaci e maleducati.